Fabregas, Chivu e le altre "new entry": innovatori, psicologi, realisti e tattici
La Gazzetta dello Sport

Fabregas, Chivu e le altre "new entry": innovatori, psicologi, realisti e tattici

Sabato 11 aprile 2026
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I tecnici che si sono affacciati alla Serie A in questi ultimi tempi hanno portato dei cambiamenti, ognuno a modo suo, adattandosi al materiale a disposizione

Andrea Schianchi Giornalista 11 aprile 2026 (modifica alle 18:42) - MILANO

I tecnici che si sono affacciati alla Serie A in questi ultimi tempi hanno portato dei cambiamenti, ognuno a modo suo, adattandosi al materiale a disposizione

Cuesta e Pisacane. Lapresse

Premessa necessaria: non esistono grandi allenatori senza grandi giocatori. Non si tratta di un'opinione personale, è la storia del calcio a dirlo. Il gioco lo fanno i calciatori, e non quelli che stanno in panchina. Un tecnico può avere le idee migliori del mondo, ma, se ad applicarle ci sono elementi che faticano a stoppare il pallone o sbagliano un passaggio di cinque metri, tutte le teorie vanno a farsi benedire. Detto ciò, l'allenatore ha un compito fondamentale in una squadra: creare il gruppo, trasmettere lo spirito, decidere la tattica (offensiva o difensiva), dare principi di gioco in funzione dei giocatori che ha a disposizione. Per intenderci: se uno non ha attaccanti veloci negli spazi aperti, è bene che non imposti la squadra per il contropiede, mentre se può contare su centrocampisti dotati di buona tecnica può pensare di basarsi sul possesso-palla per stanare gli avversari. Gli stessi moduli di gioco vengono scelti in base alle caratteristiche dei singoli, a dimostrazione del fatto che la bacchetta del comando è nelle mani (o nei piedi, o nella testa) dei giocatori. Se ho tre difensori forti nel gioco aereo, ma non particolarmente veloci, punterò su una retroguardia a tre (o a cinque) e non su una linea a quattro, nella quale almeno uno dei due centrali deve essere particolarmente rapido nelle chiusure. Non esiste allenatore al mondo che possa insegnare come si dribbla: è una questione istintiva, nella quale entrano in campo la fantasia, il coraggio, l'intraprendenza. Qualcuno ha per caso insegnato a Maradona, a Pelé, a Di Stefano, a Messi o, per restare nell'epoca contemporanea, a Lamine Yamal a saltare l'uomo? Nessuno. Caso mai, l'allenatore dev'essere bravo nel mettere in condizione questi giocatori di trovarsi una situazione di uno-contro-uno, facilitando loro il compito di saltare l'avversario. Il tecnico più vincente attualmente in attività, cioè Carlo Ancelotti, ripete spesso che il primo obiettivo di un allenatore dev'essere quello di non fare danni. E per fare danni s'intende schierare un giocatore fuori ruolo, insistere con testardaggine in uno schema che non dà frutti, non ascoltare le richieste e le esigenze dei calciatori. Il dialogo è, alla lunga, il miglior alleato di chi si siede in panchina. Prima ancora della lavagna e dei match-analyst che, con un tablet in mano, pensano di cambiare il destino di una partita. Proviamo ad analizzare che cosa hanno portato di nuovo gli allenatori che si sono affacciati alla Serie A nelle ultime stagioni.

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