La misteriosa 'Alcesti' di Aristofane per l'apertura della stagione a Siracusa
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La misteriosa 'Alcesti' di Aristofane per l'apertura della stagione a Siracusa

Sabato 9 maggio 2026
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Grandi applausi al Teatro greco, la spettacolare regia di Filippo Dini

(di Paolo Petroni) Salutata, alla fine, da applausi calorosissimi ieri sera per l'apertura della 61 stagione dell'Inda - Istituto Nazionale del Dramma Antico al Teatro greco di Siracusa con lo spettacolare allestimento firmato da Filippo Dini di una delle tragedie più impegnative e particolari del repertorio classico, 'Ifigenia' di Euripide, non a caso, in tanti anni affrontata solo per la terza volta, dopo Sandro Sequi nel 1992 e Cesare Lievi nel 2016.
    Un testo alto, ricco di profonde sfumature e contrasti, che all'ombra della morte, racconta un'intensa storia d'amore e tenerezza e dolore ma tragicamente paradossale tanto oggi appare incongrua, con Alcesti, giovane donna sposa di re Admeto che sceglie per devozione e amore di morire al suo posto. Apollo infatti a lui ha concesso di non morire se ci sarà qualcuno disposto a sostituirlo e non ha trovato nessuno, non amici e nemmeno il padre o la madre. E Admeto accetta che lei muoia, salvando se stesso pur disperandosi (il bravo Aldo Ottobrino che lo interpreta tende un po' troppo a urlare) e dicendo che la ama, proprio, fatte le dovute differenze temporali, come un femminicida d'oggi. E non a caso sarà il padre (lo stesso, vigoroso, Dini) a accusarlo di essere lui l'assassino della moglie nell'aspro e centrale confronto tra i due, in cui questi si difende dicendo anche di amare la vita quanto l'ama evidentemente il figlio.
    A questo, con l'irritualità di Euripide, si aggiunge una seconda parte, con l'arrivo a casa di Admeto in lutto di Eracle, spensierato spaccone che si vanta delle proprie imprese, in cui la tragedia volge in dramma satiresco, come si diceva allora, ovvero in commedia e a lieto fine con l'eroe che, per ripagare l'ospitalità del re, gli riporterà a casa una donna velata, che dice di aver strappato a Thanatos e le Moire. Admeto finirà per riconoscere in lei Alcesti e Eracle glielo conferma, o glielo fa credere, anche perché questa per tre giorni non avrà il dono della parola. Un gioco di provocazioni e svelamenti, dopo che si è detto che questa è morta e viva assieme (morta ma viva nel dolore e amore?), che ha comunque qualcosa di misterioso e potrebbe finire pirandellianamente con ''Io sono colei che mi si crede''. Non a caso Bob Wilson in una suo vecchio allestimento chiudeva facendone apparire tre assieme, vestite di nero.
    Con Sequi invece la sua identità era direi certezza, con Alcesti che si strappava il velo da sola e si appropriava delle battute conclusive del coro: ''Molte sono le forme del divino / e molte le azioni che gli dei portano ad effetto / contro ogni speranza''. Lievi, dopo un fare più enigmatico, anche direi che riconosceva in lei Alcesti, tutto avendo immerso in un'atmosfera mediterranea di musiche e canti con coro in salopette e la reggia un palazzo rosso color mattone. Nera è invece quella odierna, e con volumi da villa razionalista d'oggi, nella scena firmata da Gregorio Zurla per Dini, mentre i personaggi vestono tutti abiti moderni e il coro della casa appare in attesa dell'inizio a prendere il sole in calzoncini attorno a una sorta di piscina.
    La prima parte con la morte di Alcesti davanti al marito e i due figlioletti è intensa e tragica (anche se sminuita dal fatto che lei, drammatica Deniz Odzogan, si muova portandosi appresso l'asta di una flebo che ha nel braccio), in una reciproca professione di amore e confessione di dolore insopportabile, con lei che accetta il sacrificio anche per non ritrovarsi a crescere figli orfani e all'ultimo esterna il ricatto impegnandolo a non avere più alcuna donna e matrigna per i ragazzi. Segue morte e onoranze funebri, forse visivamente la parte più intensa e risolta dello spettacolo, con quel tumulo che va creandosi di bamboline di pezza bianche e poi un girotondo del coro che ondeggia dolorosamente e finisce preda di un parossismo che lo stende.
    L'ultima parte, volge al comico, con Eracle (un Denis Fasolo con le divertenti sue intonazioni comiche, come il servo di Bruno Ricci propone una cadenza pugliese) che arriva scanzonato strombazzando in biciletta, poi in casa gozzoviglia e canta ubriaco 'Un mazzolin di fiori', finché si rende conto della situazione e vorrà rimediare con la sua impresa. Forse le due parti avrebbero avuto bisogno oggi di più sfumature, sfruttando la loro pur diversa realtà paradossale, per provare a farle compenetrare meglio. Certo che comunque un ruolo importante, di forte suggestione con quel fiato del suo suono spesso puro come un'eco, lo ha la tromba, strumento di antiche, mitiche origini, suonata dal vivo a sostenere sentimenti e atmosfere dal grande Paolo Fresu.
   

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