Un mondo in guerra come il nostro, la Tebe dell'Antigone di Carsen a Siracusa
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Un mondo in guerra come il nostro, la Tebe dell'Antigone di Carsen a Siracusa

Domenica 10 maggio 2026
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Al regista assegnato il premio Eschilo d'oro 2026 per la trilogia tebana di Sofocle

(di Paolo Petroni) Un bellissimo, raffinato spettacolo, questa 'Antigone' di Sofocle firmata da Robert Carsen, perfetto meccanismo di movimenti e contrapposizione di forze, di grande potenza e suggestione pur nel segno di una elegante essenzialità. Un conflitto irresolubile, netto così costruito tutto in bianco e nero, quello tra la legge del potere, dello stato assoluto e la legge, morale dell'individuo, degli dei, col Re di Tebe Creonte (cui dà sin troppa quotidiana sicurezza Paolo Mazzarelli) che divide gli uomini in amici e nemici, proibendo la sepoltura per lasciarlo in pasto agli avvoltoi del figlio di Edipo Polinice, ucciso e sconfitto mentre attaccava col suo esercito la sua città, difesa dal fratello usurpatore Eteocle, anch'egli morto nel combattimento. Si ribella a questo sfregio vendicativo, che promette morte ai trasgressori, la sorella Antigone (una vibrante e intimamente ispirata Camilla Semino Favro), che si dice ''non nata per condividere l'odio, ma l'amore'', al di là di tutto, oltre a tutto, e che non teme di morire per un gesto che ha questa natura. Mentre le sarà accanto, ma non volendo partecipare all'azione illegale, la sorella Ismene (una lacerata Mersila Sokoli) .
    Un'Antigone, questa di Carsen, in cui la realtà è quella della guerra, così che è chiaro il rimando ai nostri giorni, con all'inizio, finiti i combattimenti, una lunga serie di cadaveri vengono allineati nell'agorà dai militari, prima di seppellire con onore Eteocle e lasciare che la gente vada a ricercare il proprio caduto. Siamo alla base della scalinata che sale alla reggia cinerea e crivellata di colpi (scena di Radu Boruzescu), scossa da esplosioni con colonne di fumo e dove si muove un esercito in armi. Tutti, militari, cittadini figure del potere, sono vestiti di nero e solo Antigone, quando si avvia a morte, appare nel suo candore.
    In questa lettura, piena di suspence di cupe ansie e paure, per Carsen, se con l'umanità di Antigone stanno gli uomini e le donne di Tebe mossi dalla forza del comune sentire, anche se timorosi dell'ira del Re, il potere di Creonte, avrà sempre accanto o dietro di sé l'esercito schierato, militari armati, ritrovandosi poi invece solo alla fine, davanti ai cadaveri del figlio e della moglie morti suicidi e di cui si ritiene l'assassino. Si incamminerà così, invocando anche lui la morte, verso la reggia, risalendone la scalinata, per sparire inghiottito dal buio, con l'ultimo effetto delle belle luci sistemate da Carsen con Giuseppe Di Iorio, che propongono spesso lunghe ombre da tramonto reale e metaforico.
    Al centro del dramma due laceranti scontri etici principali, quello tra Antigone e Creonte all'inizio, con lei che afferma: ''Non credevo i tuoi editti fossero così potenti da consentire a un mortale di infrangere le leggi non scritte degli dei'', e quello tra Creonte e suo figlio Emone (un appassionato e sofferente Gabriele Rametta), innamorato e promesso sposo della stessa Antigone, in cui non c'è solo un richiamo alla pietas, ai sentimenti famigliari, a una minore rigidità, ma soprattutto un essenziale invito a sentire le ragioni degli altri, a aprirsi al confronto, a sapersi piegare non pensando di avere sempre ragione.
    La tragedia si ha quando non si può agire senza essere colpevoli, cosa che vale, nella diversità delle situazioni, per ambedue i contendenti principali. Lo vede chiaro nel buio dei suoi occhi l'indovino Tiresia (un Graziano Piazza di bella forza interiore e movenze davvero visionarie), ricordando che la protervia è punita ritorcendosi contro chi non vuol vedere. Alle sue parole prendono coraggio i tebani, che si uniscono nell'esprimere al re critiche e timori, spingendolo a tornare sui suoi passi, ma è oramai troppo tardi. Così condannata è ormai morta Antigone, seguita per disperazione da Emone, che si uccide dopo non essere riuscito a colpire con la spada il padre, e poi dalla madre Euridice (un'elegante Ilaria Genatiempo), quando apprende la ferale notizia.
    Spettacolo coinvolgente e che trova la propria spettacolarità nei movimenti del coro (scelta che Carsen già fece nell'Edipo Re), prima il gruppo dei militari, e per il resto nelle 80 persone che rappresentano il popolo di Tebe, che ha il suo momento più bello quando, attorno a Tiresia ammonisce il Re, si agita e muove come uno stormo di uccelli, con quelle mani, solo elemento chiaro nel nero generale, che si agitano come in un frullar di ali. A guidarlo il timoroso ma deciso corifeo, interpretato da Rosario Tedesco. Alla fine applausi davvero entusiasti, anche mentre il sindaco di Siracusa e rappresentanti del Cda dell'Inda-Istituto del Dramma Antico, che dà vita a questa stagione di teatro classico, hanno consegnato a Robert Carsen il premio Eschilo d'oro 2026, a conclusione delle lodatissime, suggestive messe in scena delle tre tragedie tebane di Sofocle, Edipo Re nel 2024, Edipo a Colono nel 2025 e oggi Antigone.
   

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