Karsaiova racconta il recupero delle proprie radici
ANSA - Cultura

Karsaiova racconta il recupero delle proprie radici

Domenica 28 giugno 2026
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'Io non parlo russo' è il secondo libro della scrittrice italiana di origini slovacche

(di Paolo Petroni) JANA KARSAIOVA, ''IO NON PARLO RUSSO'' (FELTRINELLI, pp. 142 - 16,00 euro) - Dopo il bel romanzo d'esordio, ''Divorzio di velluto'' finalista allo Strega di quattro anni fa, la Karsaiova, che vive in Italia da molti anni e scrive in una bella lingua italiana, pulita, che nella misura trova la propria intensità, racconta in questo suo secondo romanzo del ritorno di Hana, per molti versi sua controfigura, a Bratislava, sua città natale, per seguire le elezioni come inviata di una radio italiana e, con l'occasione, votare.
    Scoprirà che per lei si tratterà quasi si un reinserimento, vista la realtà molto mutata nel paese e in famiglia, da una parte la crisi economica, i giovani che vanno a studiare all'estero ci restano, un'intolleranza strisciante, dall'altra suo fratello Martin, cosa che tutti hanno cercato di nasconderle, che è diventato un attività populista di destra, filorusso, antieuropeista e contro i migranti, che lancia su YouTube sotto l'identità di Tomas l'incredulo i propri proclami contro gli immigrati, anti vaccini e così via.
    Le tornano così alla memoria le difficoltà superate quando aveva dovuto lei europea inserirsi immigrata con fatica nel nostro paese facendo mille mestieri e sacrificando la propria giovinezza: ''non potevo spiegare le pratiche messe in atto dopo il mio arrivo, la cancellazione della memoria, la fatica che mi era costata quell'andare avanti così non l'avevo mai raccontata a nessuno''. E in questa situazione si troverà anche, chiedendo l'aiuto dell'amica Dusa, a portare illegalmente in Austria Levan, un georgiano immigrato clandestino dalla situazione più drammatica della sua un tempo, già aiutato e nascosto in una casetta di montagna da suo padre prima di morire, per farlo poi entrare in Italia, visto i rischi che corre in Slovacchia, dopo la vittoria dei nazionalisti alle elezioni.
    Un romanzo in cui scorre dall'inizio alla fine un'inquietudine che è quella dell'Europa di questi tempi, che lei in particolare per la sua storia sente sulla propria pelle.
    Un'inquietudine che avvertiamo dall'inizio, quando superata la frontiera con l'Austria in macchina con suo fratello a Hana vien da dire istintivamente ''Speriamo non ci taglino di nuovo fuori'' e ottiene come pronta, spiazzante risposta ''saremo noi a tagliare fuori loro''.
    Il gioco di intreccio dei tre piani del racconto sulla realtà Ceca, il proprio passato e il presente con Levan hanno come perno narrativo la scomparsa di Tomas, suo nipote, figlio di Martin, andato via con una sua compagna di classe, di cui partirà alla ricerca. Pagine tenere, preoccupate, in un paesaggio da riscoprire che è quello delle vacanze della sua infanzia, perché è allora, pensando a dove poterlo trovare, che si reca all'amata casetta del padre, scoprendo che vi vive ora Levan in attesa di riuscire a andarsene dal paese. L'uomo sconosciuto prima lo teme, specie quando rientra in casa non sapendo che è arrivata lei, e ne diffida, poi ne capirà la situazione e si identificherà con lui sino a volerlo aiutare.
    Un ritorno al proprio paese che finisce per richiedere un impegno costante, una riflessione sul proprio passato, su cosa e dove è casa, sugli sradicamenti e i confini attraversati e superati, reali e metaforici, per capire che, specie di questi tempi, non bisogna tirarsi indietro, ma anzi opporsi sempre attivamente, nonostante tutto, nonostante timori e ansia: ''ho letto da qualche parte che ciascuno ha un numero finito di battiti del cuore per una vita, solo quella cifra e basta. Io li sprecavo sempre ai confini''.
   

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