Marzi Wildauer, fu l'atopia a portare Trieste la splendente al massacro
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Marzi Wildauer, fu l'atopia a portare Trieste la splendente al massacro

Lunedì 29 giugno 2026
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Attenta e colta analisi sulle trasformazioni di una città 'non luogo'

(di Francesco De Filippo) MAURIZIO MARZI WILDAUER, "IL GENIO DI TRIESTE" (Rubbettino; 289 pag.; 24 euro) Per quali ragioni una città per un paio di secoli ricca, appagata, moderna e cosmopolita come Trieste si trasformò in un baleno in uno dei luoghi dove più ferocemente si manifestarono nazionalismi, conflitti etnici, ideologie totalitarie? Una risposta l'ha ipotizzata, dopo anni di appassionati studi, Maurizio Marzi Wildauer nel suo libro "Il genio di Trieste".
    Qui "genio" sta nella accezione dello spirito che guida il destino degli uomini; il genius loci, anima di un luogo, carattere di identità ed energia.
    Ebbene, Marzi Wildauer individua nella "atopia" la ragione di quella trasformazione. Anche qui, non nell'accezione immunologica ma in quella filosofica (dal greco atopos, a privativo, topos luogo): "fuori luogo", "senza posto". Qualcosa di simile al Marc Augè del "non luogo"; ma l'antropologo francese si riferisce a stazioni, centri commerciali, Marzi a una intera città inventata dalle fondamenta. Come fu per Trieste per mano prima di Maria Teresa d'Austria e poi di suo figlio Giuseppe II, l'impero asburgico.
    "Il legame che lega l'essere umano al suo luogo di provenienza è tra i meno conosciuti - premette l'autore - Non è scelto, è un legame antropologico e non si può non vedere come si crei misteriosamente tra l'essere e il luogo in cui vive".
    Ebbene, "nel 1719 gli Asburgo instaurano il porto franco a Trieste con cambiamenti culturali, spirituali" e soprattutto economici. Nel regime da Medio Evo, Trieste fu scaraventata nella modernità: "Viene costruita una città di fondazione, senza passato, storia o radicamenti; chi vi abita viene da fuori" e vi arriva solo per fare affari. Leciti e legittimi ma come inoculati in un tessuto sociale plasmatosi su altri principi e norme. Giuseppe II darà il colpo di grazia: nella religiosissima Trieste dove la Compagnia di Gesù forma la classe dirigenziale e vige l'Ordnung (l'ordine, la regola), il sovrano vende conventi, trasforma la curia in ospedale, sostituisce la religione con il commercio, come dice lo studioso Michele Scozzai, che ha vissuto la gestazione del volume. Un vento di sradicamento che cancella il passato e ha negli occhi il futuro di una Trieste multiculturale, multireligiosa (dunque laicizzata e desacralizzata), "deconflittualizzata" e depoliticizzata. Una Las Vegas dell'epoca, sorta non per azzardo e licenziosità ma per arricchimento. Marzi cita gli storici: "Il cambiamento fu così veloce che in 6/7 anni più della metà degli abitanti non era nata a Trieste"; "questa sostituzione degli abitanti cambia radicalmente il senso dell'abitare".
    Francesco Magris nella prefazione parla di una tesi "innovativa e controcorrente del libro" e sintetizza: quella società moderna, cosmopolita, "in cui le differenze culturali, religiose ed etniche sembravano superate dalla comune tensione liberale e capitalista non resistette all'urto dei nazionalismi proprio in virtù delle sue artificiali modalità di nascita e di sviluppo che ne avevano fatto un'Atopia un non luogo disancorato da qualsiasi radicamento culturale e valoriale e perciò fragile, esposto all' irruzione violenta dell'elemento politico". Che butta per aria la città deconflittualizzata. Dall' utopia di un mondo moderno all'atopia. Mentre a Roma, Venezia, Milano ci si ammazzava, a Trieste il primo conflitto divamperà solo nel 1868 con Guglielmo Oberdan. Il '900, poi, trasformerà questo centro di 300mila abitanti in una fucina delle più terribili atrocità: 200 anni di 'cosmopolis' cancellati da due conflitti mondiali, nazionalismi, tensioni con la comunità slava. Dal fascismo: "Fu l'approccio più politico nella città non politica", indica Marzi. I fascisti "avevano chiaro il rapporto tra idea politica e luogo dove si abita"; cacciarono "gli slavi, restii all' assorbimento". E la massoneria? Quella "accoglie il diverso, di ogni fede politica, in essa la città frammentata trova un filo che lega tutti. E' per questo che il fascismo, difensore dell'italianità, la combatte".
   

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