'Fascistissima', 100 anni fa Mussolini uccise la libertà di stampa
Un libro di Giovanni Mari ricostruisce come il regime asservì i giornali
GIOVANNI MARI, FASCISTISSIMA (PEOPLE, PP 184, 15,20 EURO). Esattamente cento anni fa, nel 1926, entrò in vigore in Italia un robusto pacchetto di leggi, regolamenti, ordini prefettizi e decreti che abolì la libertà di stampa e rese i giornali servi del fascismo. Mussolini organizzò e scatenò una morsa letale, che impedì agli italiani di essere informati per quasi due decenni.
L'unica verità divenne la sua. Per questo nessuno si accorse che il paese era in rovina, finanziaria e sociale, né della repressione di ogni forma di opposizione. Per questo ancora oggi i figli e i nipoti di quegli italiani insistono nel dire che Mussolini, tutto sommato, fece solo qualche errore.
Il nuovo libro del giornalista e scrittore genovese Giovanni Mari, 'Fascistissima', passa in rassegna ogni mossa ordita dal regime per uccidere la stampa italiana, il fiero tentativo dei giornalisti di resistere, le pubbliche denunce sui quotidiani e in Parlamento, puntualmente ignorate anche dalla monarchia, che assistette impassibile all'annientamento della categoria e della libertà tutta.
La legge sulla stampa che distrusse la libertà di informazione in Italia, la 2307 del 1925, entrò in vigore il 20 gennaio del 1926. La norma imponeva che il direttore responsabile di un giornale dovesse essere riconosciuto dal procuratore generale presso la Corte d'Appello.
Il successivo regolamento attuativo aggiunse che il procuratore era tenuto a sentire il prefetto. In pratica, se il direttore era sgradito al regime, non poteva assumere il suo incarico.
Le legge prevedeva che tutte le testate giornalistiche dovevano essere sottoposte a censura, per evitare che riportassero contenuti ritenuti anti-nazionali o critici nei confronti del governo.
Il regime introdusse la responsabilità civile dei proprietari per i reati a mezzo stampa e istituì l'Ordine dei giornalisti. A quest'ultimo non potevano iscriversi le persone sospettate di "pubblica attività in contraddizione con gli interessi della nazione".
Le testate liberali, cattoliche e socialiste vennero chiuse (Avanti!, L'Unità, La Voce Repubblicana) o messe sotto il controllo del fascismo.
Al Corriere della Sera il direttore Luigi Albertini, contrario al regime, dovette lasciare direzione e comproprietà.
La Stampa venne sequestrata per 40 giorni: il direttore e proprietario, il senatore Alfredo Frassati, fu costretto a vendere la testata a Giovanni Agnelli, sostenitore del regime.
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