Trump giù nei sondaggi Usa. Il 62% lo boccia (e sull'Iran è al bivio tra accordo deludente e azione difficile)
Il Mattino

Trump giù nei sondaggi Usa. Il 62% lo boccia (e sull'Iran è al bivio tra accordo deludente e azione difficile)

Domenica 3 maggio 2026
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Donald Trump è in difficoltà nei sondaggi. Secondo le rilevazioni di Washington Post-Abc-Ipsos, a sei mesi dalle elezioni di metà mandato, il 66% degli americani non...

Donald Trump è in difficoltà nei sondaggi. Secondo le rilevazioni di Washington Post-Abc-Ipsos, a sei mesi dalle elezioni di metà mandato, il 66% degli americani non approva la sua gestione dell'Iran contro un 33% che invece lo promuove. Sull'economia, solo il 34% degli interpellati lo promuove, in calo di sette punti. Sull'inflazione può contare solo sul 27% di consensi e sulla gestione del costo della vita sul 23% a fronte di un 76% che lo boccia. In generale il tasso di approvazione del presidente è al 37% rispetto al 39% di febbraio, con il tasso di disapprovazione al 62%, il livello più alto dei suoi due mandati.

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Teheran ha trovato la formula più efficace per descrivere il momento politico di Donald Trump: «un’operazione militare impossibile» oppure «un cattivo accordo» con la Repubblica islamica. A dirlo non è un diplomatico, ma l’intelligence dei Guardiani della Rivoluzione, in un messaggio che ha tutto il sapore della guerra psicologica. Il punto, però, è che la propaganda iraniana intercetta una difficoltà reale: lo spazio decisionale degli Stati Uniti si è ristretto.

Trump lo sa. Nella notte italiana, il presidente americano ha scritto su Truth Social che esaminerà «a breve» il nuovo piano arrivato da Teheran, ma ha subito gelato le aspettative: «Non riesco a immaginare che possa essere accettabile», ha detto, perché gli iraniani «non hanno ancora pagato un prezzo sufficientemente alto per ciò che hanno fatto all’umanità e al mondo negli ultimi 47 anni». La frase è importante non solo per il tono, ma per ciò che rivela: Trump non può limitarsi a valutare un testo negoziale. Deve prima dimostrare che l’Iran è stato punito abbastanza.

Insediamento di Donald Trump come Presidente USA

È qui che il bivio diventa strategico. Se Trump accetta il piano iraniano, rischia di apparire come il presidente che ha trasformato la pressione militare in una concessione diplomatica. Se lo respinge, deve spiegare quale sia l’alternativa: un ritorno agli attacchi, un prolungamento del blocco navale, una guerra di logoramento nello Stretto di Hormuz o una combinazione di tutte queste opzioni. Nessuna, però, garantisce una vittoria rapida.

Il nuovo piano iranianiìo in 14 punti

Secondo le ricostruzioni di Reuters e di altri media internazionali, il nuovo piano iraniano sarebbe stato trasmesso agli Stati Uniti attraverso il Pakistan e conterrebbe quattordici punti. Tra le richieste figurerebbero il ritiro delle forze americane dalle aree attorno all’Iran, la fine del blocco statunitense, lo sblocco degli asset iraniani congelati, la revoca delle sanzioni, compensazioni economiche, garanzie contro futuri attacchi di Stati Uniti e Israele e un nuovo meccanismo di controllo per lo Stretto di Hormuz. La sequenza proposta da Teheran è politicamente esplosiva: prima la riapertura dello Stretto e la fine del blocco, poi la discussione sul nucleare. Per Washington, che ha giustificato la pressione militare proprio con l’obiettivo di impedire all’Iran di ottenere un’arma atomica, sarebbe una trattativa sbilanciata. Per Teheran, invece, è il modo di trasformare Hormuz da dossier militare a leva negoziale. Da qui nasce l’“operazione impossibile” evocata dai Pasdaran. Non perché gli Stati Uniti non abbiano la capacità militare di colpire l’Iran. Il problema è un altro: usare la forza per riaprire stabilmente Hormuz, spezzare la pressione iraniana, mantenere coesa la coalizione occidentale, contenere i prezzi dell’energia e impedire l’allargamento del conflitto è un obiettivo molto più complesso di una campagna di raid. La superiorità militare americana non coincide automaticamente con il controllo politico dell’escalation.

Lo si vede anche dal linguaggio di Trump. Il presidente ha lasciato sul tavolo la possibilità di nuovi attacchi, dicendo che potrebbero avvenire se l’Iran «si comporta male». Ma questa minaccia, più che chiudere la partita, conferma il vicolo stretto in cui si trova Washington: per restare credibile deve continuare a minacciare la forza; per evitare una guerra più ampia deve continuare a tenere aperta la diplomazia. L’Iran, dal canto suo, prova a rovesciare la responsabilità della scelta sugli Stati Uniti. Il vice ministro degli Esteri Kazem Gharibabadi ha detto ai diplomatici a Teheran che «la palla è nel campo degli Stati Uniti», chiamati a scegliere tra «la via della diplomazia» e «la continuazione di un approccio conflittuale». Ha aggiunto che l’Iran è «preparato per entrambi i percorsi». È una formula calibrata: Teheran si presenta come disponibile al negoziato, ma pronta alla guerra.

Il cuore della partita resta lo Stretto di Hormuz. La stretta iraniana sul passaggio marittimo ha colpito flussi cruciali di petrolio, gas e fertilizzanti, mentre gli Stati Uniti hanno risposto con il blocco dei porti iraniani, nel tentativo di privare Teheran di entrate energetiche decisive. Secondo le ricostruzioni riportate dalla stampa internazionale, i prezzi del petrolio restano molto superiori ai livelli prebellici, trasformando la crisi militare in un problema economico globale. In questo contesto, anche la mossa americana contro le compagnie di navigazione assume un valore strategico. Washington ha avvertito che chi paga l’Iran per transitare in sicurezza nello Stretto può essere colpito da sanzioni, includendo non solo pagamenti in denaro ma anche asset digitali, compensazioni, scambi informali, pagamenti in natura o donazioni. È il tentativo di impedire che Teheran monetizzi il controllo di fatto su Hormuz e trasformi il passaggio marittimo in una rendita geopolitica.

Via stretta e complicata per Trump

Ma più il dossier si allarga, più il calcolo di Trump si complica. La questione non riguarda soltanto il nucleare iraniano. Riguarda la libertà di navigazione, la sicurezza energetica, il rapporto con Israele, la postura degli alleati del Golfo, il ruolo di Cina e Russia e la capacità americana di imporre un ordine regionale senza essere trascinata in una guerra aperta. È per questo che la frase dei Pasdaran funziona: l’Iran non sta dicendo semplicemente che Trump deve scegliere tra pace e guerra; sta dicendo che entrambe le opzioni hanno un costo politico crescente. L’accordo sarebbe deludente perché difficilmente consegnerebbe a Trump ciò che Washington chiedeva all’inizio: una soluzione piena sul nucleare, la fine della coercizione iraniana su Hormuz e una prova inequivocabile di deterrenza americana. L’operazione militare sarebbe “impossibile” perché ogni nuovo colpo rischierebbe di aumentare la posta senza risolvere il nodo centrale: come costringere l’Iran a cedere senza trasformare il conflitto in una crisi regionale permanente.

La vera forza della posizione iraniana non sta dunque nella capacità di vincere una guerra convenzionale contro gli Stati Uniti. Sta nella capacità di rendere costosa ogni opzione americana. Teheran ha costruito una leva sul tempo, sul traffico energetico e sulla soglia dell’escalation. Trump, invece, ha bisogno di una soluzione che sia al tempo stesso dura, rapida e vendibile come successo. Al momento, nessuna delle opzioni sul tavolo possiede tutte e tre queste caratteristiche.

Per questo il nuovo piano iraniano è meno una proposta di pace che una trappola negoziale. Se Washington lo respinge, Teheran potrà dire che gli Stati Uniti hanno scelto la guerra. Se Washington lo accetta anche solo come base di discussione, l’Iran potrà rivendicare di aver costretto Trump a negoziare mentre Hormuz resta la leva decisiva. Il presidente americano può ancora colpire. Può ancora trattare. Ma il punto strategico è che non può più farlo da una posizione priva di costi. Ed è esattamente questo il messaggio che i Pasdaran vogliono far passare: non che l’Iran abbia già vinto, ma che gli Stati Uniti non hanno più una vittoria semplice da conquistare.

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