Ilaria Cucchi: «Dj Godzi come Stefano: lo Stato difenda i suoi figli e cerchi sempre la verità»
Il Mattino

Ilaria Cucchi: «Dj Godzi come Stefano: lo Stato difenda i suoi figli e cerchi sempre la verità»

Lunedì 4 maggio 2026
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«Mi auguro che il premier spagnolo Pedro Sanchez possa essere messo a conoscenza di questa drammatica vicenda, perché sono convinta che un uomo illuminato come lui e che ha adottato...

«Mi auguro che il premier spagnolo Pedro Sanchez possa essere messo a conoscenza di questa drammatica vicenda, perché sono convinta che un uomo illuminato come lui e che ha adottato politiche così tanto diverse dalle nostre a difesa dei diritti umani e dei più deboli si farà carico della richiesta di verità e giustizia della famiglia Noschese». Ilaria Cucchi, senatrice di Avs (Alleanza Verdi Sinistra), vicepresidente della commissione Giustizia di Palazzo Madama, commenta così quanto sta emergendo dalle indagini sul caso di Michele Noschese, il dj napoletano noto come Godzi, morto a Ibiza lo scorso luglio dopo un intervento nella sua abitazione della Guardia civil. E sul caso, che presenta non poche analogie con quello del fratello Stefano, Ilaria Cucchi​ si dice pronta anche a presentare - quanto prima - una interrogazione parlamentare. Secondo i legali della famiglia Noschese, ma soprattutto da quanto emerge dalle perizie svolte in Italia, il giovane dj sarebbe stato sottoposto con «crudeltà» a delle «torture». Il Mattino ha pubblicato in esclusiva le immagini che testimoniano le violenze subite dal giovane. Violenze che sono state confermate dall’autopsia e rappresentate in una riproduzione topografica delle lesioni riportate, anche questa pubblicata dal nostro quotidiano: 29 ecchimosi su tutto il corpo, a cui si aggiungono fratture multiple e un trauma cranico, che sarebbero state fatali. Il reato di tortura in Italia fu introdotto proprio dopo la sentenza Cucchi alla luce della carte e degli atti giudiziari. Per la giustizia spagnola, invece, dj Godzi è morto per arresto cardiocircolatorio dovuto all’assunzione di droga. Come dissero anche per Stefano.

Michele come Stefano, dunque...

«Ogni volta che lo Stato consente che una famiglia debba calarsi in un ruolo che non le appartiene, nella disperata ricerca di verità e giustizia, quello Stato dovrebbe avere almeno l’onestà di riconoscere il proprio fallimento. Giuseppe Noschese, come Giovanni Cucchi 16 anni prima, è costretto a mettere da parte dolore e lacrime per restituire dignità al proprio figlio. Michele, come Stefano, fatto morire “di suo” perché così è più facile e si volta pagina più in fretta possibile. Mio padre, così come mia madre, si sono entrambi ammalati per quel dolore e poi di quel dolore sono morti. Ma alla fine hanno vinto. Mio fratello Stefano non era morto per la droga, ma come conseguenza di quel violentissimo pestaggio che, nei primi interminabili anni di processi a vuoto, non si poteva nemmeno nominare. Ma che prezzo hanno dovuto pagare?».

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Sicuramente il caso di suo fratello ha fatto da spartiacque nella disciplina giuridica. Però è anche il risultato di una lunga battaglia giudiziaria e della forza - sua e della sua famiglia - di andare avanti, un po’ come sta facendo la famiglia Noschese...

«Oggi, a distanza di 17 anni, la speranza è che tutta la sofferenza mia e della mia famiglia non sia stata inutile e che abbia insegnato qualcosa. Ma più passa il tempo, più mi rendo conto che la mia è forse una speranza vana. Mi auguro almeno che oggi, a differenza di allora, il nostro Governo abbia l’onestà di riconoscere che la vita di ogni suo cittadino ha lo stesso valore; che abbia il coraggio di far sentire la propria voce; che non tradisca anche Michele Noschese, come aveva fatto con Stefano Cucchi; e che, per una volta, sia al fianco della parte buona della nostra magistratura, che per fortuna esiste e si batte anche per Michele. Nell’ottobre del 2009 si tentò di affossare quello poi passato alla storia come il “processo Cucchi”, conclusosi invece con condanne per omicidio, falsi e depistaggi, dopo quattro processi e oltre 150 udienze».

Da parte della Procura di Roma, che ha la competenza specifica per i reati commessi ai danni di cittadini italiani all'estero, c’è la volontà di far luce su quanto accaduto quel sabato mattina del 19 luglio ad Ibiza.

«Questo credo sia davvero il minimo che ci si aspetta in una società civile per Giuseppe e Daniela Noschese, e anche per tutti quei morti che non hanno la fortuna di avere dei genitori come Giuseppe, Daniela, Giovanni, Rita, e una sorella come me. Che a un certo punto trovano la forza di trasformare il loro intimo e profondo dolore in una battaglia di civiltà. Nella speranza che ciò che la vita ha riservato loro in sorte possa non capitare mai più a nessun altro. Ricordiamocelo, ogni volta che siamo tentati di voltarci dall’altra parte pensando che tanto non ci riguarda. Indigniamoci di fronte all’indifferenza e battiamoci affinché sia fatta chiarezza sulla morte di Michele Noschese. Perché Michele è figlio anche nostro».

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