Sally racconta Eddy Monetti, la storia della sartoria napoletana: «Negli anni '50 siamo stati visionari»
Il Mattino

Sally racconta Eddy Monetti, la storia della sartoria napoletana: «Negli anni '50 siamo stati visionari»

Martedì 8 settembre 2026
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Napoli è il suo punto fermo. È vero, ormai vive a Milano da parecchio tempo, ma se non torna nella sua città ogni settimana, o quasi, gli manca l?aria. Gli manca...

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Napoli è il suo punto fermo. È vero, ormai vive a Milano da parecchio tempo, ma se non torna nella sua città ogni settimana, o quasi, gli manca l’aria. Gli manca soprattutto quell’aria di casa che respira la mattina quando si ferma a Mergellina, a due passi dagli chalet, prima di arrivare a via dei Mille. Non soltanto per prendersi un caffè – al quale pure non si può rinunciare – ma per godersi la bellezza di una città che gli manca sempre.

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Sally Monetti,sarto, stilista e musicista, con la sorella Assia impegnata nella linea donna, porta avanti una tradizione di famiglia inaugurata più di 130 anni fa, quando l’eleganza era una cosa seria e lo stile napoletano rappresentava il meglio che si potesse desiderare. A incarnarlo per molti decenni è stato Eddy, papà di Sally e ideatore della griffe, indimenticato protagonista di quella mondanità internazionale che allora si chiamava jet set. Da lui Sally ha ereditato anche la passione per la musica: Eddy componeva canzoni con la stessa disinvoltura con la quale vendeva una cravatta. «Amo tutto il repertorio classico napoletano. Come mio padre, d’altronde. “Reginella”, “Voce ‘e notte”: autentici capolavori che non mi stanco mai di ascoltare».

Anche Sally compone. La sua “Vieneme a truva’” è stata cantata da Gigi Finizio. E se c’è una sola fonte di ispirazione alla quale attribuisce le sue canzoni, quella è Napoli. «Dico sempre che se non fossi nato qui tante cose non le avrei mai fatte. O forse – e parlo anche della musica – le avrei fatte in maniera diversa».

Eppure la sua vita professionale lo ha portato lontano. «Fu una scelta abbastanza obbligata. Avevo una ventina d’anni quando mio padre mi propose di occuparmi del negozio di San Babila». All’inizio faceva avanti e indietro tra Napoli e Milano. Poi si è sposato e ha scelto di stabilirsi nel capoluogo lombardo, senza però pensare neanche per un istante di abbandonare la sua città. «Se dovessi decidere di chiudere qualche negozio non sarebbe mai quello di Napoli. Ho resistito anche quando ci sarebbero state tutte le condizioni per farlo». Napoli ritorna anche nelle sue canzoni. “Vieneme a truva’” nasce proprio da un’immagine domestica e profondamente partenopea: «Vieneme a truva’ ra’casa mia se ver ‘o mare; vieneme a truva’ a cca’ se vede sul’o bene; vieneme a truva’ mammà ce fa o cafè e parlamme». Il testo prende forma un pomeriggio nella sua casa di via Stazio, dalla quale si vede il mare. A fargli visita è Bruno Lanza, musicista e paroliere. I due si mettono a chiacchierare guardando il panorama, mentre la madre di Sally porta il caffè. «Sorseggiandolo, nacque “Vieneme a truva’”. Trasformammo in musica e parole la magia di quell’incontro».

La musica, del resto, fa parte della sua vita da quando era ragazzo. Suona il pianoforte, ma non ha mai preso una lezione. Aveva 14 anni quando si appassionò ascoltando Gianni Aterrano, grande amico di suo padre. «Mi incantavo a guardarlo muovere le dita sulla tastiera». E fu proprio copiando quei gesti che imparò a suonare. «Con il suo carisma è riuscito a trasmettermi l’arte della musica senza mai insegnarmela». Poi, un po’ alla volta, ha cominciato anche a scrivere musica. Fino ad arrivare a Sanremo, nel 1997. Un’esperienza che ancora oggi racconta con ironia. «Per colpa dei Jalisse ci piazzammo al secondo posto. Poi sono spariti dai radar. Ci tolsero la vittoria e mai più visti». Una battuta, naturalmente, perché quell’anno il Festival Sally Monetti e suo padre lo sfiorarono davvero. Alcuni amici musicisti erano alla ricerca di un brano per Anna Oxa e Sally aveva quello giusto: “Storie”, scritto a quattro mani con il padre. Alla Oxa inizialmente la canzone non piaceva e non voleva cantarla. Poi si convinse e fece bene: fu un successo. «Ci divertimmo da morire. Mio padre a Sanremo sembrava un’altra persona: la musica fa miracoli».

La musica continua a essere presente anche nei negozi della famiglia Monetti. Un pianoforte è immancabile. A Napoli capita spesso che Sally si sieda a suonare tra una prova e l’altra; a Milano succede un po’ meno, ma anche lì il pianoforte resta un compagno di viaggio. E poi c’è Napoli, naturalmente. Quando deve passeggiare non ha un itinerario preciso: «Vado dove mi porta il cuore». E il cuore, spesso, lo porta a via Toledo. «Ogni volta che ci passo mi emoziono anche un po’». Non è difficile capire perché. Proprio lì, nel lontano 1887, Eduardo Monetti, nonno di suo padre, aprì al civico 50 una bottega di cappelli. Era l’epoca in cui Toledo rappresentava il vero crocevia dell’eleganza cittadina. Il primo cliente fu Enrico Caruso e quel cappello venduto al celebre tenore contribuì a rendere famoso il nome Monetti in tutta Napoli. La musica, in qualche modo, è entrata così anche nella storia della famiglia. «Eduardo ha avviato la tradizione, noi lo abbiamo seguito con orgoglio». E tra i clienti affezionati della maison c’è anche Placido Domingo. Moda e musica finiscono ancora una volta per incontrarsi, in una storia familiare nella quale l’una sembra alimentare naturalmente l’altra. Ma se c’è un terreno sul quale Sally Monetti non ammette confronti è quello della moda maschile napoletana.

«Se poi la moda è napoletana non ci sono rivali». Soprattutto quando si parla di uomo. «Chi ne capisce davvero viene a vestirsi qui». Il segreto, secondo lui, è tutto nello stile: la capacità di essere innovativi senza tradire la tradizione. E soprattutto nel taglio della giacca. «Come si fa a Napoli, da nessuna parte». Monetti non ama criticare, ma non nasconde le sue perplessità davanti a certa moda contemporanea. «Il bel vestire non lo trovo negli abiti dei nuovi stilisti che vedo sfilare in passerella. L’eleganza maschile è un’altra cosa». A fare la differenza, prima di tutto, sono le proporzioni. Prima di consigliare un abito, una camicia o persino una cravatta, bisogna guardare la persona che si ha davanti. Nulla può essere davvero standard, a cominciare dal bavero della giacca e dal collo della camicia: «Vedo pistagne altissime su colli bassissimi e inorridisco». È una questione di misura, di occhio e di cultura del vestire. Di quella cultura che a Napoli si tramanda da generazioni e che la famiglia Monetti porta avanti da oltre un secolo. Una lezione semplice e antica, ma forse proprio per questo ancora attualissima: «La classe, come sempre, non è acqua».

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