Progetto Respiro, sostegno agli orfani con mamme vittime di femminicidio: «Noi ergastolani del dolore»
Numeri, ma anche testimonianze. Dietro il report del progetto RESPIRO, presentato ieri a Napoli al centro congressi Ramada, ci sono le storie di chi ha perso la madre per mano di un...
Numeri, ma anche testimonianze. Dietro il report del progetto RESPIRO, presentato ieri a Napoli al centro congressi Ramada, ci sono le storie di chi ha perso la madre per mano di un genitore e da quel giorno misura il tempo come se fosse un detenuto. E infatti gli orfani si definiscono «condannati all'ergastolo del dolore», costretti a scontare una pena che spesso comincia prima ancora che un bambino impari a scrivere il proprio nome.
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L'indagine, condotta su 124 orfani di 78 famiglie seguiti in Campania, Basilicata, Calabria, Puglia, Sardegna e Sicilia, dice che più della metà aveva meno di nove anni al momento del delitto, quasi uno su tre non ne aveva compiuti sei. Nell'87,7% dei casi l'autore è un genitore. Oltre la metà dei bambini era in casa, uno su quattro ha visto uccidere la madre. E per l'83,1% la pena era cominciata prima, tra violenza assistita, maltrattamenti e trascuratezza già documentati. Dopo, quasi otto orfani su dieci vengono accolti da parenti, due su tre dal ramo materno.
Le falle sono altrove. Benché i servizi si attivino in fretta nel 78,5% dei casi, 53 orfani su 110 non avevano ricevuto interventi clinici prima di entrare nel progetto; il 45,5% non ha ottenuto i benefici del decreto 71 del 2020 e il 62,8% l'indennizzo della legge 122 del 2016, tra domande in attesa, requisiti giudicati incompatibili e informazioni mai arrivate. Una legge e i suoi decreti, ha detto Fedele Salvatore, direttore del progetto realizzato dalla cooperativa Irene '95 di Marigliano, nata nel 1994 dalla Caritas, e selezionato da Con i Bambini, «non bastano se manca l'apporto competente e relazionalmente empatico delle persone».
Le testimonianze
In cinque anni il progetto ha impiegato oltre cento operatori e nove équipe multidisciplinari, con psicoterapia per orfani e caregiver, sostegno a famiglie affidatarie e scuole, doti educative e assistenza legale. Tra le testimonianze, quella di Biagio Giannini. Aveva cinque anni e dormiva quando, nel luglio del 2012, il padre uccise sua madre, Alessandra Sorrentino, 26 anni, nella loro casa di Palma Campania. Oggi ne ha venti, ha finito la scuola e lavora. È cresciuto senza le due figure che contano di più, con RESPIRO accanto per il sostegno psicologico ed economico, e adesso vuole creare un marchio di abbigliamento: «Lo devo a me e a mia mamma».
È intervenuta anche Maria Giovanna Russo, madre di Annalisa Rizzo, la bancaria uccisa dal marito ad Agropoli nel gennaio del 2024 mentre in casa c'era la figlia tredicenne. In un video proiettato ieri anche altre storie, come quella della figlia di Giovanna Bonsignore, uccisa a Villabate, in Sicilia, nel 2022. La ragazza ha ricordato le ultime ore della madre, il tumulto che scoppiò nel suo cuore quando apprese la notizia.
Al convegno, denominato «Orfani di femminicidio: lo Stato che c'è», sono intervenuti tra gli altri Martina Semenzato, presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sul femminicidio, il commissario per le vittime dei reati intenzionali violenti Giuseppe Castaldo, il Garante regionale per l'infanzia Giovanni Galano, l'assessora comunale Chiara Marciani e Gemma Tuccillo per la Regione, in sala anche l'assessore Andrea Morniroli, che ha parlato al termine delle relazioni. Giuseppe Delmonte, presidente dell'associazione Olga, orfano lui stesso dal 1997, ha avvertito: «Non possiamo lasciare sole queste famiglie». Con «A braccia aperte», ha ricordato Simona Rotondi di Con i Bambini, quattro reti finanziate con 20 milioni di euro in due edizioni seguono oggi circa 300 orfani. «Ma la violenza non si ferma e serve una risposta stabile». Nella prossima edizione RESPIRO coordinerà il metodo di tutte, per costruire un modello nazionale di intervento.