Uccisero il padre per soldi: i figli condannati a 25 anni
Il Mattino

Uccisero il padre per soldi: i figli condannati a 25 anni

Sabato 26 settembre 2026
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Quell?odio, innescato dalla separazione dei genitori e acuitosi fino a diventare insanabile, era sfociato in un delitto atroce. Al culmine dell?ennesima lite, usando un potente...

Quell’odio, innescato dalla separazione dei genitori e acuitosi fino a diventare insanabile, era sfociato in un delitto atroce. Al culmine dell’ennesima lite, usando un potente sonnifero versato nel caffè, hanno prima stordito il genitore, dopodiché l’hanno soffocato con un cuscino. Andrea e Michele Di Gennaro legarono poi il cadavere con una corda, così da riuscire a stiparlo nella cassapanca che avrebbero poi abbandonato per quasi tre giorni sul balcone di casa. Un quadro indiziario schiacciante, ma che non è bastato ad arrivare alla pena massima. I fratelli di Quarto imputati per l’omicidio del padre Antonio sono stati condannati a venticinque anni di carcere a testa. Non passa, o quantomeno non fino in fondo, la linea della Procura. La pubblica accusa aveva infatti invocato l’ergastolo per entrambi. Una richiesta su cui ha deciso di non convergere la seconda sezione della Corte di assise di Napoli,presidente Maurizio Conte, che ha concesso le attenuanti generiche alla luce del loro atteggiamento collaborativo. La prima confessione, infatti, era arrivata ancora prima delle manette. 

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Il delitto

I fratelli Andrea e Michele Di Gennaro - il primo personal trainer, il secondo affetto da una parziale invalidità - erano profondamente legati alla madre, deceduta qualche anno prima, e avevano invece un rapporto conflittuale con il padre Antonio. Le ruggini e le tensioni legate alla gestione dell’eredità materna e alla pensione dell’uomo, ex insegnante di inglese, alimentavano quotidiani attriti. La tragedia si consumò, il 3 giugno 2025, nell’abitazione materna, nel parco Russolillo, dove il genitore era andato per organizzare alcuni lavori di ristrutturazione. Dall’incontro alla trappola il passo fu assai breve. Nelle ore successive scattò il depistaggio. Alla compagna della vittima i fratelli inviarono messaggi dal cellulare del 72enne raccontando che si trovasse in Inghilterra. Ma la menzogna post-mortem durò poco. Convocati dai carabinieri, crollarono immediatamente. L'inchiesta condotta dal pm Monica Campese, pesanti le accuse: omicidio volontario aggravato dal legame familiare e, in prima battuta, dalla premeditazione, oltre all'occultamento del cadavere. La Procura ipotizzava un piano studiato a tavolino, supportato anche dal racconto di una vicina a cui era stato chiesto di non far caso ai lavori di scavo in giardino, forse destinati a nascondere la salma. Una tesi sempre contestata dalla difesa, rappresentata per gran parte del dibattimento dal penalista Giacomo Pace. L’ex avvocato ha a lungo evidenziato come il modo improvvisato di stipare il corpo nella cassapanca dimostrasse l’impulsività del delitto. La Corte di assise di Napoli ha intanto concesso le attenuanti generiche e con la condanna a 25 anni. 

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