Fortuna, incontro assistito tra i fratellini e i genitori. Il papà: «Doloroso lasciarli»
«Abbiamo finalmente visto i nostri figli ma è stato straziante doverli lasciare». Pietro Loffredo, il papà di Fortuna, la bimba di sei anni violentata ed uccisa a Caivano...
«Abbiamo finalmente visto i nostri figli ma è stato straziante doverli lasciare». Pietro Loffredo, il papà di Fortuna, la bimba di sei anni violentata ed uccisa a Caivano nel 2014, al quale sono stati tolti a Lanciano gli altri tre figli nati dopo quella tragedia, ieri, insieme alla moglie Giovanna, è andato nella casa famiglia dove le due ragazzine e il bambino sono stati portati il 17 settembre scorso. Una svolta, visto che il tribunale dei minori dell’Aquila, che aveva convalidato l’allontanamento disposto dalla procura ipotizzando il reato di abbandono di minori, aveva decretato che gli incontri sarebbero dovuti avvenire soltanto da remoto. «I nostri legali stanno smontando tutte le ipotesi di accusa», dice Pietro Loffredo. Intanto saranno proprio i penalisti Angelo e Sergio Pisani, a presenziare domani all’udienza per chiedere il rientro a casa dei tre fratellini.
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L’incontro
L’incontro con i genitori è avvenuto dopo dieci giorni di silenzio scanditi soltanto da qualche videochiamata di pochi minuti. È stata una visita “protetta” nel senso che Pietro e Giovanna hanno potuto vedere i loro figli solo alla presenza dei Servizi sociali di Lanciano. «La vita sembra accanirsi contro di me», ha poi commentato Loffredo.
Intanto i suoi legali aprono un altro fronte di contestazione. «Denunciamo con la massima fermezza che questi tre minori sono stati collocati in una struttura destinata alla riabilitazione di bambini abusati e di donne e bambini vittime di violenza - spiegano - pur non avendo mai subito né violenza né abuso, pur essendo sempre cresciuti in una famiglia sana e amorevole. Un trattamento riservato a vittime di violenza applicato a bambini che vittime lo sono diventati soltanto per mano dei servizi sociali e delle istituzioni che avrebbero dovuto proteggerli».
Angelo Pisani rincara poi la dose: «Bambini rinchiusi come prigionieri. Non vi è altro modo di definire ciò che è accaduto: strappati alle proprie famiglie senza preavviso, senza un verbale consegnato ai genitori, senza informazioni, senza la possibilità per giorni interi di sentirne anche solo la voce al telefono. Una prassi che non ha nulla a che vedere con la tutela dell’infanzia e tutto a che vedere con l’arbitrio amministrativo. Denunciamo pubblicamente l’assenza totale di istruttoria, di motivazione e di informazione preventiva ai genitori nel provvedimento. Denunciamo il costo abnorme, stimato in oltre 10.000 euro al mese a carico della collettività, di un collocamento che appare privo di ogni fondamento e che si è tradotto, nei fatti, nella devastazione psicologica di tre bambini innocenti e dei loro genitori».
Il garante
Nei giorni scorsi sulla vicenda era intervenuta anche la garante per l’infanzia e l’adolescenza, Marina Terragni. Dal sito ufficiale dell'Autorità, la Terragni aveva sottolineato che «il collocamento in comunità di tipo familiare va considerata un’ipotesi residuale da applicare in ragione dell’accertata esclusione di possibili soluzioni alternative». Sottolineando anche come sia «lecito pertanto domandarsi se, in nome del superiore interesse dei minori – a cominciare dal loro diritto alla salute psicofisica – il trauma dell’allontanamento non avrebbe potuto essere evitato praticando dette soluzioni alternative, a cominciare dall’attivazione di un percorso che affiancasse la famiglia nel recupero di quelle condizioni igienico-sanitarie ritenute critiche». Di qui l’annuncio della garante che ha chiesto l’ autorizzazione alle autorità competenti per poter incontrare i tre bambini nonché attivare un proficuo scambio con i locali servizi sociali.
Il provvedimento
Nella relazione dei Servizi sociali, che ha poi fatto scattare il provvedimento della procura per abbandono di minori, si parla di un «forte odore presumibilmente derivante da escrementi di animali e immondizia di vario genere». Gli assistenti sociali hanno poi parlato di «disagio abitativo caratterizzato da resti di cibo sparsi ovunque, oggetti ammassati dappertutto e all’interno del frigo pochi alimenti e, comunque, non adeguati all’alimentazione dei bambini».