Ercolano, strage nell?azienda di botti: ridotta la prima condanna
Quindici mesi di carcere in meno, sulla carta, per chi ha scelto di non impugnare la condanna. È l?effetto della Riforma Cartabia sulla vicenda giudiziaria della strage di Ercolano,...
Quindici mesi di carcere in meno, sulla carta, per chi ha scelto di non impugnare la condanna. È l’effetto della Riforma Cartabia sulla vicenda giudiziaria della strage di Ercolano, dove il 18 dicembre 2024 l’esplosione di una fabbrica abusiva di fuochi d’artificio provocò la morte di tre giovanissimi lavoratori. Pasquale Punzo, titolare di fatto dell’opificio clandestino, non ha presentato appello e ha così beneficiato della riduzione di un sesto della pena prevista per chi rinuncia a contestare una sentenza emessa con rito abbreviato. La condanna, inizialmente fissata a 17 anni e 6 mesi di reclusione, diventa definitiva a 14 anni e 6 mesi. Uno sconto che, al di là del meccanismo premiale previsto dalla legge, riporta al centro il peso delle scelte processuali quando sullo sfondo ci sono tre vite spezzate e una vicenda di sfruttamento del lavoro.
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GLI EFFETTI
Una riduzione che non deriva da un nuovo esame delle responsabilità, né da una revisione dei fatti contestati, ma dalla mancata impugnazione della sentenza di primo grado. Un beneficio stabilito dal legislatore, che si applica anche a procedimenti di particolare gravità come quello per la strage di Ercolano. Intanto, proprio ieri, dinanzi alla Corte d’Assise d’Appello di Napoli, si è aperto il processo di secondo grado per gli altri due imputati: Vincenzo D’Angelo e Raffaele Boccia. Il primo, indicato dagli inquirenti come socio di Punzo, era stato condannato a 17 anni e 6 mesi per omicidio volontario con dolo eventuale, intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro e fabbricazione o detenzione illegale di esplosivi.
Boccia, invece, aveva ricevuto una condanna a quattro anni per la detenzione del materiale esplosivo che, secondo l’accusa, forniva all’opificio. Tre giovani, tre esistenze interrotte mentre lavoravano in condizioni di assoluta irregolarità. Le vittime furono Samuel Tafciu, 18 anni, di origini albanesi, e le gemelle Aurora e Sara Esposito, entrambe di 26 anni.
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, i tre erano impiegati nella fabbricazione di potenti botti, senza regolare contratto e con compensi irrisori: 250 euro al mese per Samuel e appena 150 euro ciascuna per le due sorelle. Una realtà lavorativa nella quale la sicurezza era completamente assente e il rischio di maneggiare materiale esplosivo si è trasformato in una tragedia. Il processo di primo grado, celebrato con rito abbreviato davanti al Gup del Tribunale di Napoli, si era concluso il 10 dicembre 2025. Il giudice aveva accolto l’impostazione accusatoria relativa al dolo eventuale, riconoscendo la gravità delle condotte contestate a D’Angelo e Punzo, sebbene le pene fossero inferiori ai venti anni richiesti dal pubblico ministero.
LE RESPONSABILITÀ
Per Boccia era stata invece riconosciuta la responsabilità per la detenzione dell’esplosivo. Ora la Corte d’Assise d’Appello dovrà riesaminare le posizioni dei due imputati che hanno scelto di impugnare la sentenza. Nel procedimento si sono costituiti parte civile il Comune di Ercolano, la Cgil Campania e i familiari delle tre vittime, rappresentati in giudizio dai rispettivi legali. Per loro, la conclusione del primo grado non ha segnato la fine del percorso giudiziario, che prosegue adesso con un nuovo confronto nelle aule di giustizia.
La contestazione del dolo eventuale, già riconosciuta in primo grado, rappresenta uno dei nodi giuridici centrali della vicenda. Un inquadramento che richiama, pur nella diversità delle circostanze, il procedimento relativo alla strage della ThyssenKrupp di Torino del 2007, divenuto un riferimento nel dibattito sulle responsabilità penali per le morti sul lavoro.