Morta dopo tre operazioni, il verdetto: colpevoli 3 medici
Il Mattino

Morta dopo tre operazioni, il verdetto: colpevoli 3 medici

Sabato 3 ottobre 2026
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Tre medici condannati per la morte di Vanessa Cella. Ma c'è una persona che avrebbe voluto esserci, stringere idealmente tra le braccia la propria figlia e ascoltare quella sentenza...

Tre medici condannati per la morte di Vanessa Cella. Ma c'è una persona che avrebbe voluto esserci, stringere idealmente tra le braccia la propria figlia e ascoltare quella sentenza che, dopo tre anni di processo e venti udienze, ha riconosciuto le responsabilità penali dei sanitari. È la mamma di Vanessa, morta il 10 gennaio 2023, appena dieci mesi dopo la tragedia che le aveva strappato la figlia. Non ha fatto in tempo a vedere l'esito di un processo che per lei rappresentava una battaglia di verità e giustizia. Un'attesa spezzata dal dolore, prima ancora che dalle lungaggini della giustizia.

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Il Tribunale di Torre Annunziata ha condannato in primo grado i tre medici imputati per la morte di Vanessa Cella, la 37enne napoletana deceduta il 26 marzo 2022 nella clinica Villa Santa Maria la Bruna di Torre del Greco, dopo essersi sottoposta a tre interventi di chirurgia estetica nella stessa giornata: rinoplastica, addominoplastica e sostituzione delle protesi al seno. Il giudice monocratico Antonio Fiorentino ha inflitto tre anni e quattro mesi a Sebastiano Maria Novara, anestesista-rianimatore di 75 anni, due anni e nove mesi al chirurgo Massimo Pennino, 64 anni, e due anni e un mese a Pasquale Tagliaferro, 87 anni, direttore sanitario della struttura.

Per ciascun imputato è stata inoltre disposta una provvisionale di 15mila euro in favore di Patrizio Cella, fratello della vittima, costituitosi parte civile e assistito dall'avvocato Enrico Ricciuto. Una vicenda drammatica, quella di Vanessa, che aveva scelto di sottoporsi agli interventi anche per presentarsi al meglio alla festa dei 18 anni del figlio. Ma a quella festa Vanessa non ci è mai arrivata. L'operazione si era conclusa nel pomeriggio, ma poche ore dopo le sue condizioni erano precipitate.

La donna aveva accusato un malore, lamentando dolori, prima di riaddormentarsi senza più risvegliarsi dall'anestesia. I tentativi di rianimazione si erano rivelati inutili. Secondo gli accertamenti medico-legali, il decesso sarebbe stato riconducibile a un'asfissia provocata dall'inalazione di sangue nelle vie respiratorie. Al centro del processo, la gestione dell'anestesia, la quantità di farmaci somministrati e, soprattutto, il mancato monitoraggio postoperatorio. Un insieme di circostanze sulle quali si è concentrata l'attività investigativa della Procura di Torre Annunziata, guidata dal procuratore capo Nunzio Fragliasso, e il lavoro della pm Marianna Ricci, che aveva chiesto pene più severe per l'anestesista e il chirurgo.

Il procedimento, durato tre anni, ha visto l'esame di 15 testimoni e 12 consulenti medici, espressione delle diverse parti processuali. E proprio dalle testimonianze emerse in aula è scaturita un'altra decisione del giudice, che ha accolto la richiesta della Procura di trasmettere gli atti agli inquirenti per valutare eventuali ulteriori ipotesi di reato in relazione alla gestione della clinica e alle dichiarazioni rese da alcuni sanitari.

«L'impianto accusatorio ha retto e la famiglia è soddisfatta», ha commentato l'avvocato Enrico Ricciuto, esprimendo la gratitudine dei familiari per il lavoro svolto dalla Procura. Il legale ha auspicato che la clinica e le compagnie assicurative possano ora definire le procedure risarcitorie, rimaste ancora aperte, affinché i familiari possano ottenere il dovuto ristoro.
m.d.r.
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