Don Diana, prete e uomo: «Vi racconto l?altra verità»
Il Mattino

Don Diana, prete e uomo: «Vi racconto l?altra verità»

Sabato 3 ottobre 2026
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«Più cresceva il mito, più spariva l?uomo». Antonio Mattone parte da questo paradosso per raccontare don Peppe Diana, restituendo al sacerdote ucciso dalla camorra...

«Più cresceva il mito, più spariva l’uomo». Antonio Mattone parte da questo paradosso per raccontare don Peppe Diana, restituendo al sacerdote ucciso dalla camorra la sua dimensione quotidiana, pastorale e umana. Il suo «Il casalese di Dio. Don Peppe Diana: storia, omicidio, verità», pubblicato da EDB, è stato presentato al Teatro di Corte di Palazzo Reale, nell’ambito del Campania Libri Festival. Con l’autore, portavoce della Comunità di Sant’Egidio a Napoli, il cardinale Matteo Zuppi e il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo Gianni Melillo. A moderare il confronto Aldo Balestra, caporedattore del Mattino. È Balestra a individuare i due fili conduttori del volume: la vita di un sacerdote «orgogliosamente casalese» e la ricostruzione della vicenda giudiziaria. L’appartenenza alla propria terra, per don Diana, si accompagnava alla denuncia di ciò che ne soffocava la libertà. Mattone intreccia questi percorsi attraverso un lavoro di ricerca sostenuto anche dalla sua esperienza di volontario e dalla conoscenza del mondo delle carceri.

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LE DOMANDE

Il parroco aveva 35 anni quando, la mattina del 19 marzo 1994, fu assassinato nella chiesa di San Nicola, mentre si preparava a celebrare messa. Oltre trent’anni dopo, l’autore torna a Casal di Principe con una domanda: perché don Peppe è stato ucciso?

Entra nelle case, nelle chiese e nelle carceri, incontra persone che gli furono vicine e altre coinvolte nell’omicidio. Il libro, con prefazione di Andrea Riccardi e postfazione di monsignor Angelo Spinillo, affianca alla ricostruzione del delitto il ritratto di una personalità complessa. «Don Peppe non come un santino da venerare, ma come un prete nella realtà difficile di Casal di Principe», spiega Mattone. Per ritrovarlo è partito dai ragazzi che condividevano con lui sogni e giornate: «Ne ho incontrati trentacinque». Sono adulti, oggi, e nei loro ricordi tornano le ansie, gli scontri, il carattere di un sacerdote che «non era un tipo facile», insieme alla sua grande comprensione umana.

Zuppi insiste sulla capacità di don Diana di costr-uire comunità e offrire ai giovani possibilità di scelta. Il sacerdote cercava di sottrarli alle minacce, alle intimidazioni e anche alle convenienze del sistema criminale. Il cardinale ne ricorda la reazione all’uccisione di quattro ragazzi, poi bruciati: una manifestazione per dire «basta con la paura». L’impegno pastorale di don Peppe, nella lettura di Zuppi, nasceva dalla vicinanza alle persone e dalla volontà di affrontare le radici della violenza. Non voleva limitarsi a essere «un grande consolatore»: occorreva intervenire sulle cause, impedire che il dolore si ripetesse, dare ai giovani alternative concrete al controllo della camorra.

«Costruire comunità» significa allora creare legami che rendano possibile vivere senza paura. È il compito che il cardinale riconosce nell’esperienza del parroco casalese e affida alla Chiesa: accompagnare chi soffre, ma anche contrastare le condizioni che producono quella sofferenza. La libertà dei ragazzi si difende attraverso opportunità reali».

LA RIFLESSIONE

«La sociologia oggi è schiacciata sul piano giudiziario», osserva Melillo, aprendo una riflessione sul rapporto tra i diversi strumenti di conoscenza dei fenomeni criminali. Il valore del libro sta anche nella possibilità di restituire don Diana alla storia della Chiesa e della sua azione pastorale. Appiattire l’analisi sociale sulle risultanze dei processi, avverte il procuratore, impoverisce le conoscenze necessarie a orientare le politiche pubbliche. Anche la lettura giudiziaria rischia di irrigidirsi nei propri schemi. Melillo colloca la vicenda nella stagione delle stragi e delle pressioni sulla Chiesa, richiamando gli omicidi di don Pino Puglisi e don Peppe Diana. Sottolinea le differenze tra i contesti ecclesiali nei quali operarono e la distanza che il volume ricostruisce tra il parroco casalese e parte della gerarchia locale.

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