Industriali, ecco Cibissima: «Modello per tutto il Sud»
Costruire un ponte tra le aziende alimentari campane e la grande distribuzione. Dal 2027 l?Unione Industriali di Napoli punta ad allargarlo alle imprese di tutto il Sud: «Confindustria...
Costruire un ponte tra le aziende alimentari campane e la grande distribuzione. Dal 2027 l’Unione Industriali di Napoli punta ad allargarlo alle imprese di tutto il Sud: «Confindustria Napoli incontra la Gdo» diventerà Cibissima. Nuovo nome e logo per rafforzare le produzioni meridionali, mentre energia, trasporti e crisi internazionali mettono sotto pressione i margini. L’annuncio a Palazzo Partanna, alla quinta edizione della missione promossa dalla Sezione Filiera Alimentare dell’Unione Industriali di Napoli, in programma dal 2 al 4 ottobre tra Napoli e Ischia. L’identità è stata presentata da Fabrizio Cappella, co-founder di Taikun S.r.l., che ne ha curato la pianificazione. Il marchio registrato accoglierà iniziative senza vincoli geografici.
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L’INTERVENTO
«Dove la Gdo incontra l’industria» è la promessa che accompagna Cibissima; il simbolo tricolore sulla terza “i” richiama l’Italia. L’obiettivo è collegare mercato e filiera produttiva. «Il nostro impegno è mettere in contatto produzione e distribuzione», spiega Vittorio Genna, presidente dell’Unione Industriali di Napoli. «Le imprese del Mezzogiorno offrono prodotti di altissima qualità, riconosciuti in Italia e all’estero. La difficoltà è spesso non conoscere a fondo le procedure di acquisto, le certificazioni e i requisiti di accesso alla Gdo». Oggi «più di 300 accreditati».
LA FILIERA
Per Gaetano Torrente, vicepresidente dell’Unione Industriali di Napoli con deleghe alla Tutela delle tradizioni produttive e dei marchi territoriali e ai rapporti con le associazioni di categoria, il confronto deve spostarsi «dai volumi al valore». Le imprese investono negli impianti e in prodotti per consumatori più attenti alla trasparenza: «Questo potenziale va portato nelle case delle persone attraverso la grande distribuzione». Raggiungere gli scaffali nazionali impone di superare un divario logistico. «Entrare nella grande distribuzione richiede un servizio logistico strutturato», osserva Antimo Caputo, Ceo di Mulino Caputo. «La Campania deve aumentare gli snodi logistici e potenziare l’intermodalità. Per arrivare a Milano facciamo lo stesso sforzo che un’azienda milanese fa per arrivare ad Amburgo. Abbiamo bisogno di alternative al trasporto su gomma». Giancarlo Paola, direttore commerciale del Gruppo Unicomm, associato a Selex, e Ad di Gmf, rivendica il ruolo dei distributori come «ambasciatori dei buoni prodotti italiani». «Proporli sugli scaffali significa raccontare la storia che c’è dietro. La Campania ha produzioni amate nel mondo: una ragione in più per rafforzarne la presenza nella distribuzione italiana». Sul fronte produttivo, Antonino Moccia, pastaio della Fabbrica della Pasta di Gragnano, descrive costi che l’azienda non riesce a trasferire sul prezzo finale. «Mantenere un prodotto di eccellenza significa curare tutta la filiera, dal campo al pacchetto di pasta. Negli ultimi sei mesi il costo del gas è raddoppiato: per noi è fondamentale, perché serve all’essiccazione».
LE PROSPETTIVE
A Ischia seguirà il confronto sul consumo fuori casa e sul cash & carry. Il cibo Dop e Igp campano vale 846 milioni di euro, terzo posto nazionale dopo Emilia-Romagna e Lombardia, con una crescita del 3,6% nel 2024 rispetto al 2023, secondo Ismea-Qualivita. Napoli e Caserta, ottava e nona provincia italiana, ne concentrano 643 milioni. Nelle elaborazioni BNL, alimentari e bevande rappresentano il 9,7% dell’export italiano tra gennaio e luglio 2026. Ma sul mercato interno la spesa incontra il limite del potere d’acquisto. Barbara Martini, direttrice territoriale Sud di Bnl, Bnp Paribas, segnala vendite alimentari in aumento in valore e in calo nei volumi: «Il carrello della spesa diventa sempre più leggero». Le tensioni geopolitiche colpiscono anche l’agricoltura: per Hormuz transita il 35% delle esportazioni di fertilizzanti, ricorda Martini. Nel primo trimestre 2026, secondo Bnl, a 356 miliardi di reddito disponibile lordo delle famiglie italiane corrispondono 299 miliardi di potere d’acquisto. Uno scarto di 57 miliardi tra dato nominale e dato depurato dall’effetto dei prezzi.