Comuni in crisi finanziaria: l?80% in tre regioni del Sud
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Nella Banca dati Ca’ Foscari, che monitora per conto di Ifel le criticità finanziarie dei Comuni italiani, i “rossi” che evidenziano gli stati di dissesto sono tanti, forse troppi. Molti certamente al Sud, con Campania, Calabria e Sicilia nettamente avanti, come conferma l’ultima relazione (al 31 dicembre 2025) della Sezione delle autonomie della Corte dei conti, appena inviata al Parlamento.
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Nelle tre regioni si concentra il 63,6% delle procedure di crisi nel complesso attivate, pari a 484 Comuni (il 6,1% del totale nazionale), ma soprattutto l'80,4% dei dissesti dichiarati. Per la cronaca, in Calabria il 54% dei Comuni ha sperimentato almeno una procedura, in Sicilia il 41% e in Campania il 39%, spiegano i magistrati contabili. Non è una novità, peraltro, considerata una certa, cronica debolezza finanziaria dei Comuni del Sud, il territorio che incide di più sulle situazioni di crisi conclamata che in tutta Italia interessano circa 6,5 milioni di abitanti, mentre la massa passiva stimata raggiunge 6,2 miliardi di euro.
Le criticità
Preoccupa però il fatto che se si spulcia l’elenco di Ca’ Foscari emergono situazioni di criticità anche di città importanti e popolose. In Campania è Caserta il caso più eclatante, aggravato inevitabilmente dalla responsabilità di capoluogo di provincia con oltre 70mila abitanti. I conti del Municipio, attualmente in gestione commissariale per infiltrazioni camorristiche, sono sotto osservazione dall’ormai lontano 2011: da quell’anno si sono succedute almeno due dichiarazioni di dissesto e un piano di riequilibrio ma il rischio che non sia finita qui è forte anche perché, a quanto pare, l’ammontare del debito ha superato i 200 milioni, fatte salve ovviamente tutte le verifiche contabili che in questa materia sono e saranno sempre decisive. Uno scenario, evidentemente, molto delicato alla vigilia peraltro dell’appuntamento elettorale, nella primavera del 2027 (non a caso si parla con insistenza di un possibile ricorso ad un piano straordinario concordato con il Governo, una sorta di “salva Caserta” sulla scia di quanto è già stato fatto per capoluoghi più importanti come Napoli e Catania).
Un caso eclatante ma non l’unico. Perché è vero, come spiega la Corte, che «nei territori più colpiti le crisi non possono essere ricondotte solo alla gestione del singolo ente, ma riflettono fattori economici, sociali, organizzativi e istituzionali che interessano l'intero sistema multilivello, con una forte eterogeneità degli interventi regionali, tra sostegno finanziario, assistenza tecnica, fondi di prevenzione e sistemi autonomi di monitoraggio». Ma è altrettanto vero che anche i piani di riequilibrio, propedeutici all’azione di risanamento dei bilanci, non sembrano sempre in grado di raggiungere l’obiettivo. Il dissesto, ricorda la relazione, rappresenta la situazione più grave, mentre il riequilibrio finanziario pluriennale è uno strumento attraverso il quale l’ente tenta di risanare i propri conti evitando, quando possibile, di arrivare alla dichiarazione di dissesto. In base a questa distinzione, si può dire che i dissesti attualmente attivi, ovvero interessati da una procedura di dissesto, siano “solo” 227, mentre i 484 enti rappresentano l’insieme delle amministrazioni coinvolte nelle procedure di crisi ancora attive. Ma secondo la Corte dei Conti, soltanto il 16,1% dei riequilibri avviati risulta formalmente concluso. Non a caso, la quota di procedure che non sono riuscite a raggiungere l’obiettivo iniziale è più del doppio, con il 35,2% dei riequilibri sfociato nel dissesto. Nel 2025 dei 23 dissesti dichiarati, più della metà erano stati preceduti da una procedura di riequilibrio che non aveva avuto successo.
I dissesti
Il riequilibrio, in altre parole, quindi, non sempre riesce a funzionare come strumento di prevenzione del dissesto. Anche perché, fa osservare la Corte, dal 2007 soltanto il 17,1% dei dissesti si è concluso entro il quinquennio previsto. Sono invece 99 su 227 i dissesti ancora attivi che hanno superato tale durata.
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Resta una considerazione. Al di là dei dati, l’affidabilità complessiva degli enti locali meridionali è uscita molto rinforzata dalla prova del PNRR, con una capacità di spesa delle risorse ad essi assegnate che anche sul piano dei tempi è risultata a dr poco soddisfacente. Ci sono anche loro nell’altissima percentuale di attuazione dei progetti documentata più volte dall’Anci, a riprova di un salto di qualità della macchina amministrativa che ha superato pregiudizi e difficoltà quasi croniche. Forse anche per questo l’impatto con il dopo-Pnrr potrebbe essere meno incerto e angosciante di come da più parti lo si dipinge.