Procuratore Sergio Amato: «Clan, pene poco efficaci bloccare i social in cella»
Il Mattino

Procuratore Sergio Amato: «Clan, pene poco efficaci bloccare i social in cella»

Domenica 4 ottobre 2026
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Procuratore aggiunto Sergio Amato, cinque raid criminali (tra stese e agguati mirati) in dieci giorni sono un po? troppi, che sta accadendo a Napoli? «Senza entrare nel merito...

Procuratore aggiunto Sergio Amato, cinque raid criminali (tra stese e agguati mirati) in dieci giorni sono un po’ troppi, che sta accadendo a Napoli?

«Senza entrare nel merito delle rispettive indagini, posso dirle che si tratta di fibrillazioni che ciclicamente registriamo sul territorio. Al netto dell’efficacia del contrasto e della prevenzione messa in campo, sappiamo che questo genere di episodi rischiano di verificarsi per le caratteristiche della camorra cittadina: dove nello stesso quartiere possono convivere famiglie contrapposte».

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Da anni capo della Dda di Napoli (assieme ai colleghi aggiunti Michele Del Prete e Sergio Ferrigno, che si occupano di casalesi e cosche dell’area metropolitana), Sergio Amato ha le idee chiare su quanto accaduto nelle ultime settimane a Napoli. Stese a Fuorigrotta e Secondigliano, un agguato contro il nipote di un boss di Scampia (potrebbe non c’entrare con fatti di camorra), venerdì notte paura nei pressi di via Vespucci con il tentato omicidio di un presunto emergente di una cosca locale.

Procuratore, registriamo un ricorso eccessivo alle armi, che non si registra in nessun altro contesto metropolitano italiano, non crede?

«Se sul piano economico e finanziario - pensiamo ad esempio ai canali del riciclaggio - i clan tendono a trovare accordi ed equilibri, lo stesso non si può dire sul piano territoriale, dove vengono messi a segno episodi estemporanei e violenti».

Cosa manca all’azione di contrasto anticamorra nel fronteggiare questo genere di episodi?

«Il lavoro messo in campo dalle forze dell’ordine è straordinario, come per altro emerge da arresti e sequestri che ogni settimana vengono messi a segno».

Dunque?

«C’è un problema di indebolimento della fase cautelare e di effettività della pena».

Partiamo dalla fase cautelare, a cosa si riferisce?

«Spesso le misure cautelari alternative sono inefficaci o difficilmente controllabili. Penso al divieto di dimora o all’obbligo di dimora, agli stessi arresti domiciliari che, vista la conformazione urbanistica di alcuni nostri spaccati cittadini, risultano inefficaci: c’è chi si allontana da casa, chi evade, magari per compiere altri reati. E risulta difficile controllare tutto ciò».

Ha fatto riferimento anche all’effettività della pena, può fare qualche esempio?

«Ovviamente il contrasto alla camorra richiede un impegno di tutti, a partire dalle famiglie, dalle scuole e dagli altri soggetti istituzionali, ma è anche vero che il contrasto giudiziario è fondamentale. Vede, la pena non è solo repressione, ma anche prevenzione: purtroppo si sta sfaldando il sistema della pena».

In che senso?

«In carcere si finisce solo in casi eccezionali, per fatti gravi. Grossi periodi di detenzione non ce ne sono e viene meno l’effetto deterrenza. Pensiamo a cosa accade quando viene fermato un singolo soggetto che circola armato di una pistola: non è sempre possibile dimostrare l’aggravante mafiosa della detenzione dell’arma, quindi scattano valutazioni differenti. Con tutto il corollario di benefici che ne conseguono e che incidono sulla effettività della pena».

Eppure le carceri sono piene, celle stracolme di detenuti.

«Il sovraffollamento delle celle è un problema reale, ma dipende dal fatto che non si è investito nella realizzazione di nuove carceri e sulla necessità di tutelare la dignità dei detenuti e il dovere di favorire la riabilitazione di chi ha commesso un errore. Ciò non toglie che grossi periodi di detenzione non se ne vedono».

Di recente hanno fatto notizia le scarcerazioni di boss e affiliati per fine pena, come valuta questo fenomeno?

«In un anno abbiamo registrato diverse scarcerazioni di soggetti in passato legati ai due cartelli di vertice della città, ovviamente è un fenomeno da monitorare. Il problema è che puoi aver fatto anche venti anni di galera, ma se hai mantenuto il rapporto con il clan di appartenenza, torni a fare quello che facevi prima della detenzione».

Come viene mantenuto il rapporto con il territorio da parte di un detenuto?

«I cellulari in cella sono un problema, rappresentano un ponte verso l’esterno. Tramite i cellulari e i social è possibile ostentare il proprio potere, veicolare ordini e messaggi, come avviene spesso sulla piattaforma TikTok».

Il procuratore chiede investimenti sui jammer, che isolano le carceri e impediscono ogni genere di conversazione.

«Condivido pienamente: per contrastare i clan, vanno azzerati i contatti tra boss detenuti e retroterra familistico o criminale».

Restart Scampia, come giudica l’avvento di nuovi alloggi?

«Abbattere le vele è stata una grande conquista di civiltà, che restituisce dignità a tante persone perbene. Va ricordato che i crimini li commettono gli uomini e non i palazzi, non basta consegnare alloggi per bonificare il territorio. Giudico comunque positivi gli investimenti sul piano dei servizi e della formazione».

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