Caso Petrone, rogo in casa contro un teste: 17enne finisce in comunità
Subito dopo l?attentato incendiario, decise anche di postare sul profilo Instagram il proprio modo di pensare: «Non parlare con nessuno... ora come un infame devi subire». Parole...
Subito dopo l’attentato incendiario, decise anche di postare sul profilo Instagram il proprio modo di pensare: «Non parlare con nessuno... ora come un infame devi subire». Parole arroganti di un 17enne ritenuto responsabile di aver appiccato le fiamme all’esterno di un’abitazione in zona via De Marco, contro l’ingresso della casa riconducibile a un coetaneo. Motivo? Il ragazzino andava punito perché aveva confessato la propria partecipazione all’agguato consumato lo scorso 27 dicembre a Chiaia contro il calciatore Bruno Petrone (ha militato nel Sorrento e nell’Angri), facendo anche i nomi dei complici. Due vicende collegate dunque. Chi ha dato fuoco alla porta di ingresso della casa in via Carlo De Marco lo ha fatto perché si era sentito chiamato in causa dalla prima confessione.
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Il retroscena
Se hai parlato con i pm - è questo il ragionamento - meriti una punizione. Ed è così che lo scorso 12 gennaio, passata la mezzanotte, si nota la sagoma di un ragazzo (con abiti scuri e il volto travisato) che stringe tra le mani un contenitore di liquido infiammabile. Viene immortalato mentre fa irruzione all’interno del condominio, mentre cosparge di benzina lo zerbino posto all’ingresso dell’appartamento e dà fuoco. Immediata l’inchiesta dei carabinieri del comando provinciale di Napoli, sotto il coordinamento del pm per i minori Claudia De Luca. Decisive le immagini del sistema di videosorveglianza, vengono notati alcuni particolari della felpa e dei pantaloni del 17enne. L’incendio viene collegato all’aggressione subita dal calciatore Bruno Petrone lo scorso 27 dicembre in via Bisignano.
Non poteva certo sfuggire che la casa presa di mira era ricondotta a uno degli indagati per il tentato omicidio del calciatore. Anzi, più nello specifico, la porta di casa colpita era di un ragazzino detenuto dopo aver confessato la propria partecipazione all’agguato di Chiaia. Di qui il blitz in casa del 17enne (che era rimasto fuori dalle indagini, nonostante fosse stato tirato in ballo da uno dei componenti del gruppo), che ha poi fornito ulteriori conferme: i carabinieri hanno trovato gli abiti che sarebbero stati utilizzati per la vendetta incendiaria. Poi, lo spulcio dei social. Si scopre che un paio di ore dopo le fiamme, il giovane attentatore è ancora su di giri, al punto tale da passare a definire una sorta di manifesto ideologico: «Non parlare con nessuno... come un infame deve subire».
Una storiaccia, dunque. O meglio: la coda velenosa di una vicenda amara, come sempre avviene quando ci sono giovani protagonisti di violenza. Al momento ci sono quattro minorenni detenuti, in quanto ritenuti responsabili del tentato omicidio di Bruno Petrone. Tutti e quattro hanno confessato, hanno ammesso di aver svolto un ruolo nell’esecuzione dell’assalto a freddo, consumato nei confronti del giovane atleta. Tra questi, la posizione più grave è quella di un 15enne, che ha materialmente sferrato le coltellate contro Bruno Petrone, tanto da costringere il calciatore a subire l’asportazione della milza.
L’allarme
Fatto sta che pochi giorni dopo l’agguato, le carte dell’inchiesta sul ferimento Petrone diventano pubblici, tanto da scatenare la rabbia di uno dei componenti del gruppetto di via Carlo De Marco. C’è chi si sente tirato in ballo e medita vendetta. Incendio notturno, fiamme alte. E c’è un altro retroscena in questa storia. Parliamo della prontezza con cui una ragazza, all’interno della casa presa di mira, riesce a dare l’allarme. Aveva fatto ritorno da poco nell’appartamento familiare, si avvede del fumo nero e della puzza di bruciato. Un allarme tempestivo, piromane in comunità di recupero.