San Carlo, Salsi è un super Falstaff:antieroe perfetto per Pelly
Il Mattino

San Carlo, Salsi è un super Falstaff:antieroe perfetto per Pelly

Lunedì 16 febbraio 2026
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Lo abbiamo detto altre volte e lo ripetiamo. Il problema di certe regie d’opera fuori schema non sta nella scelta di spostare l’epoca del libretto e di cucire abiti moderni addosso, per esempio, a paggi medievali. La questione, semmai, è di dare coerenza all’idea teatrale. Esemplare, in questo senso, il «Falstaff» accolto ieri pomeriggio al San Carlo (debutto in Italia) firmato nella regia da Laurent Pelly, ambientato alla metà del secolo scorso ed esposto con dovizia di particolari, oltre che con logica narrativa percepibile. Spettacolo bello, godibile e rispettoso della musica di Verdi, che qui esibisce sublime densità di contenuti, propria del genio che lavori per sottrazione. Il resto è nella duttilità drammaturgica di Shakespeare che, fatte salve le ragioni di testo e teatro, può indirizzare la fantasia in svariate direzioni.

In questo allestimento, coprodotto dal San Carlo, la regia trasforma la locanda della Giarrettiera in un bar di periferia dagli arredi vintage (molto alla moda, in verità), quindi fa correre le allegre comari su e giù per le scale di un appartamento borghese e a Ford regala le sembianze di un travet in completo grigio. Sono scelte che funzionano e hanno senso. Calata con naturalezza in un contesto british, con un condominio sullo sfondo che piacerebbe a Ken Loach, la vicenda scorre senza dare adito a eccessi, mantenendo cioè le proporzioni giuste tra i personaggi e tra le situazioni sceniche, così che l’ironia indispensabile dei toni non lasci spazio alla caricatura e la leggerezza musicale sia preservata. «Falstaff», si sa, non è opera comica, ma una riflessione agrodolce sulla vita.

Pelly fa si che sul folto stuolo di personaggi svetti nettamente la figura di John Falstaff, eroe sovversivo e anarchico in un mondo di gente ordinaria, troppo frenetico e prevedibile per non venire anche a noia. Si parteggia per lui, giustamente, come fosse una botta di vita in mezzo alla routine. A creare tanta empatia contribuisce la performance di Luca Salsi, protagonista autorevole pur nella bonarietà cialtronesca degli accenti, impeccabile nel fraseggio, nella cura posta alla parola intesa in termini di significato e suono. Le altre figure in scena gli fanno corona: la compagnia teatrale si muove in felice armonia, supportata da una regia notevole anche per la gestione efficace degli spazi e l’attenzione prestata al minimo gesto. Maria Agresta (Alice), Anita Rachvelishvili (Quickly), Caterina Piva (Meg) sono comari suadenti e credibili: spigliate, spiritose, perfide, impiccione e brave a fare esplodere l’energia ricavabile dall’innesco tra musica e testo, usando discrezione all’occorrenza ma concedendosi il gusto dell’esercizio stilistico di classe. Ben definito, non solo sul piano vocale, il Ford di Ernesto Petti. Francesco Demuro (Fenton) e Désirée Giove (Nannetta) danno voce e freschezza alla coppia di giovani innamorati. Gregory Bonfatti (Cajus), Enrico Casari (Bardolfo) e Piotr Mcinski (Pistola) completano con verve e decoro un cast in cui comprimari veri e propri non esistono, perché tutti sono tasselli di un quadro perfetto, dominato dalla presenza titanica di un perdente di successo, cioè Falstaff.

La direzione musicale di Marco Armiliato non indugia nella ricerca di dettagli sonori raffinati, che pure ci sarebbero, ma ha il merito di saper inseguire la partitura nel suo assiduo dividersi e ricomporsi in diverse forme e atmosfere. Il buon lavoro di concertazione mette l’orchestra in condizione di risultare puntuale. Il racconto è scorrevole (meglio la fuga del terzo atto, rispetto al primo), articolato per accenti e sfumature così da mantenere il ritmo sorprendente che gli compete. I volumi, sin troppo possenti al principio, si adeguano poi a uno schema vocale che attribuisce inestimabile peso alla parola. Il coro, con ruolo meno intenso che nel recente «Nabucco», ha una funzione drammaturgicamente significativa e musicalmente ricercata, cui assolve con disinvoltura sfruttando le direttive di Fabrizio Cassi.

Pelly firma anche gli abiti di scena che, da subito, rimarcano le differenze tra Falstaff e il resto del mondo, prevedibile ma ravvivato dalle allegre comari. L'impianto scenico di Barbara de Limburg, illuminato lodevolmente da Joël Adam, è reso con ottimo gusto e fornisce complemento ideale alla visione registica. Il gioco di specchi in cui si consuma il finale non è la cosa più originale dello spettacolo, ma chiude il cerchio naturalmente. Con coerenza, appunto, strappando applausi meritati.

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