Trovato morto Luciano Capasso, il dolore e la rabbia della famiglia: «Dai soccorritori omissioni e ritardi»
Il Mattino

Trovato morto Luciano Capasso, il dolore e la rabbia della famiglia: «Dai soccorritori omissioni e ritardi»

Lunedì 23 febbraio 2026
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Dolore. Ma anche desiderio di chiarezza. Sono i due sentimenti che albergano in queste ore nell?appartamento vicino piazza Rosselli a Qualiano dove abita la famiglia Capasso. La notizia...

Dolore. Ma anche desiderio di chiarezza. Sono i due sentimenti che albergano in queste ore nell’appartamento vicino piazza Rosselli a Qualiano dove abita la famiglia Capasso. La notizia della morte di Luciano è piombata qui alle 12 di domenica. La telefonata che nessuno vuole ricevere arriva da Tarry, il fratello maggiore che da tre giorni è a Saint Moritz per seguire da vicino le operazioni di soccorso. Volo da Milano a Zurigo. Lui in persona ha assistito all’estrazione del corpo di Luciano dal blocco di neve dov’era sepolto da quattro giorni, sotto un sole insolitamente limpido. I soccorritori partiti in elicottero lo trovano quasi subito.

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La famiglia 

«È morto almeno facendo ciò che amava fare», è il primo, amaro commento che Tarry fa telefonicamente al sindaco di Qualiano Raffaele De Leonardis, l’unica istituzione vicina alla famiglia sin dalle prime fasi di questa brutta storia. Frase che sa di rassegnazione.

Eppure tra i Capasso c’è anche rabbia. Tanta. Come quella già esplosa nelle parole del fratello Emmanuel nelle ore concitate della scomparsa: «Il segnale è arrivato giovedì alle 17.45. Un GPS militare, se forma un simbolo simile a una farfalla, indica che la persona è bloccata, ferita o peggio. Eppure, le autorità svizzere ci hanno risposto in modo sarcastico, dicendoci di prepararci a un funerale. Il giorno dopo invece mi hanno detto di rassegnarmi perché “non hanno la sfera magica” e mi hanno attaccato il telefono interrompendo bruscamente la comunicazione».

E così i soccorsi sono partiti ufficialmente solo il 21 febbraio, a tre giorni dalla scomparsa del 18 febbraio. «Avverse condizioni meteo», la giustificazione dei soccorritori di Saint Moritz. Il 21 mattina, due elicotteri sorvolano la zona del Fuorcla Trovat, a più di 2.500 metri di altezza, ma una tormenta di neve e raffiche di vento a 100 chilometri all’ora impediscono l’atterraggio.

L’appello 

«Fate qualcosa, riportatemi mio figlio, ve lo chiedo con il cuore in mano», l’appello che mamma Raffaela, operatrice socio-sanitaria, lancia ovunque. Sui social, via Whatsapp, sulle tv nazionali. Con la promessa di una ricompensa in denaro: «Offro 50mila euro a chi mi aiuta a riportare Luciano a casa», aggiunge in lacrime.

L’appello non viene raccolto. E a questo silenzio si aggiunge quello delle istituzioni italiane. La famiglia è sola. L’unico aggancio con la Farnesina si materializza tramite la Prefettura di Napoli, grazie alle pressioni del sindaco di Qualiano De Leonardis.

La prima telefonata diretta ai familiari da Roma, invece, arriva molto dopo. Tra il 20 e il 21 febbraio. «Faremo il possibile, siamo in contatto con il consolato svizzero», le rassicurazioni di rito dal Ministero degli Esteri al fratello Emmanuel. L’inerzia e la lentezza sono così angoscianti che del caso si interessa il parlamentare Francesco Emilio Borrelli, che promette di portare il caso in Parlamento: «Inaccettabile che la famiglia di un nostro connazionale disperso non abbia ricevuto nessuna comunicazione ufficiale. Presenterò un’interrogazione parlamentare per sapere cosa è stato fatto concretamente e quali contatti sono stati attivati con le autorità svizzere».

La valanga

Ma intanto le ore scorrono inesorabili. Ormai è tardi, per Luciano. E forse lo sarebbe stato comunque: «Secondo fonti ufficiali, il ragazzo sarebbe stato travolto da una valanga di categoria 4. Se così fosse la morte potrebbe essere seguita in pochi minuti o qualcosa in più. I soccorsi anche se immediati non avrebbero potuto nulla», conclude amareggiato l’avvocato Sergio Pisani in una nota ufficiale nelle ore successive al ritrovamento.

È andata davvero così? A sollevare qualche dubbio quel messaggio pervenuto dal GPS alle 9.45 del 20 febbraio: «Cerco di non morire». Segnale di vita dall’inferno bianco delle Alpi svizzere.

Resta lo sconforto di una famiglia che chiede risposte, il silenzio assordante dello Stato e delle autorità locali nelle ore più complicate che una famiglia possa vivere.

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