Messico nel caos. Rivolta dei narcos, attentati e spari in aeroporto. Ucciso il boss ?El Mencho?
La terra del sole e delle spiagge è nella morsa del fuoco e della paura. Nella notte, la regione messicana di Guadalajara non ha dormito. La conferma dell?uccisione di Nemesio...
La terra del sole e delle spiagge è nella morsa del fuoco e della paura. Nella notte, la regione messicana di Guadalajara non ha dormito. La conferma dell’uccisione di Nemesio Oseguera Cervantes, detto “El Mencho”, leader del Cartello Nueva Generación, dominante nella regione di Jalisco, ha scatenato una reazione violenta e capillare. Per il governo messicano è un colpo simbolico: è stato sconfitto un re del crimine la cui ombra si allungava su traffico di droga, estorsioni, attentati contro forze dell’ordine e civili. Ma la sua morte, anziché portare sollievo, ha innescato il caos.
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Le prime immagini sono arrivate via social: fiamme sulle arterie principali, camion a fuoco di traverso sulle carreggiate, autobus trasformati in barricate, colonne di fumo visibili a chilometri di distanza. Nel giro di poche ore uomini armati hanno bloccato strade federali, paralizzato snodi strategici tra Guadalajara, Zapopan e Puerto Vallarta, attaccato l’aeroporto a fucili spianati. Personale e medico in fuga dall’ospedale di Guadalajara a causa dell’irruzione di uomini armati. Una dimostrazione di forza, ma anche un messaggio: i narcos avvertono che sono ancora capaci di colpire. Hanno minacciato i cittadini dicendo: «Se uscite di casa, vi spariamo». L’ambasciata degli Usa ha lanciato un appello ai turisti americani presenti nella zona: «Non uscite dagli hotel, restate al sicuro». El Mencho non era solo un capo criminale. Era il volto di una delle organizzazioni più aggressive del continente, con ramificazioni internazionali nel traffico di fentanyl e metanfetamine. Gli Stati Uniti lo consideravano una minaccia prioritaria e su di lui pendeva un’accusa federale e una taglia da dieci milioni di dollari offerta dal Dipartimento di Stato.
Washington aveva fatto della sua cattura, o eliminazione, uno dei passi indispensabili della guerra contro i cartelli che trafficano gli oppioidi che devastano le comunità americane. Secondo fonti governative messicane, l’operazione che ha portato alla sua localizzazione è stata condotta con il supporto dell’intelligence statunitense, che avrebbe contribuito a tracciare i movimenti del boss prima del blitz finale. Un segnale di cooperazione rafforzata tra Città del Messico e Washington su un dossier che da tempo alimenta tensioni diplomatiche. Il successo dell’operazione è stato accolto con entusiasmo a Washington: «L'uccisione di El Mencho, uno dei più spietati e sanguinari boss della droga, è una grande notizia per il Messico, gli Stati Uniti, il Sud America e il mondo», ha affermato il vicesegretario di Stato Christopher Landau. Anche a Città del Messico si parla di «operazione mirata contro un obiettivo di altissimo valore», ma nelle strade c’è paura. Il timore ora è duplice. Da un lato la frammentazione interna del cartello, con faide tra luogotenenti. Dall’altro l’offensiva dei rivali pronti a sfruttare il vuoto di potere.
La storia messicana insegna che la caduta di un capo non coincide necessariamente con la fine della violenza. Spesso è l’inizio di una nuova stagione, più imprevedibile. Per Washington dunque è un successo atteso da anni. Per il Messico è un passaggio delicato. Le prossime settimane diranno se la morte di El Mencho segna davvero una svolta. Per ora resta l’immagine di una notte in cui Guadalajara si è trasformata in un fronte, illuminata dal crepitio degli incendi, con le scuole chiuse, le strade vuote e i turisti asserragliati nelle loro stanze d’albergo.