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Istituzionalizzazione del partenariato pubblico-privato e procedere ancora con maggiore concretezza con nuove Varianti regolatorie che permettano di accelerare il processo di rigenerazione urbana...
Istituzionalizzazione del partenariato pubblico-privato e procedere ancora con maggiore concretezza con nuove Varianti regolatorie che permettano di accelerare il processo di rigenerazione urbana a consumo suolo zero. E affrontare le nuove sfide del nostro tempo uscendo dalla logica della partizione per quartiere individuati come depositari di particolari caratteristiche sociali quale criterio urbanistico. Laura Lieto vicesindaca con delega all’Urbanistica lo scrive con chiarezza nell’incipit del Puc - Piano urbanistico comunale - che oggi sarà all’attenzione della commissione urbanistica: «In passato, a Napoli come in altre città italiane, il Piano urbanistico si è costituito sulla base di una impostazione geografica: il centro storico, l’area occidentale, l’area orientale. Noi abbiamo valutato gli esiti del vecchio Piano. E abbiamo considerato la sostanziale inconsistenza di leggere la portata dei problemi contemporanei». Cosa ha messo in campo quindi il Comune? Ha «privilegiato la dimensione processuale dell’urbanistica riconoscendo la natura assolutamente trasversale dei problemi da trattare».
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Ovvero - si legge nel voluminoso studio, oltre 250 pagine - i cambiamenti climatici, la crisi industriale e dell’occupazione di Napoli, cui è seguito il boom turistico che ha portato cambiamenti importanti nel panorama del commercio e dell’occupazione. E servono strumenti per incentivare il «lavoro a bassa intensità di conoscenza cioè per la distribuzione, ristorazione, trasporti e turismo». Tra le problematiche che il nuovo Puc intende affrontare c’è la mobilità urbana cambiata, l’emergenza abitativa e il passaggio necessario dalla riqualificazione urbana alla rigenerazione urbana. «Un processo non più affidato unicamente al recupero fisico, ma condiviso con le comunità e con i principali stakeholder del territorio. D’altro canto, la difficoltà crescente degli enti locali di destinare risorse significative al recupero di beni abbandonati si accompagna spesso a una condizione diffusa di marginalità sociale». Il Comune - nella sostanza - con il nuovo Piano punta «alla ricerca di soluzioni specifiche a problemi che vanno ben al di là di singole zone urbane».
È la rigenerazione urbana l’asso nella manica del Comune, le tre Varianti già fatte per l’area orientale - a iniziare da quella che ha cambiato gli usi degli immobili abbandonati e quelli del Centro direzionale sono le fondamenta sulle quali si salda il nuovo Puc. Servono soldi, ma non certo svendere i beni della città, anzi il modello che Palazzo San Giacomo ha scelto è ben chiarito: «In tale contesto multidimensionale, il Partenariato Pubblico-Privato, combinando risorse pubbliche e private in un quadro di governance condivisa e orientata alla sostenibilità, assume una centralità pressoché strutturale, dell’azione rigenerativa per almeno tre ordini di ragioni: l’onerosità e complessità degli interventi, effetto leva sugli investimenti privati e scarsità della risorsa suolo». Il partenariato - in questa logica - è normato nel Codice dei Contratti del 2023. Diversi gli strumenti per concretizzare il partenariato pubblico-privato. Come la «concessione di valorizzazione, la joint venture pubblico-privata, il contratto di rigenerazione urbana».
Strumenti già utilizzati in campo per la gestione di alcuni luoghi della città come pezzi di Piazza Garibaldi. E l’intervento sull’Ippodromo di Agnano «che mostra come la collaborazione con operatori privati possa generare investimenti consistenti, purché il Comune orienti il progetto alla tutela degli interessi pubblici». Si questo impianto urbanistico nel Puc sono individuati 8 “Progetti guida” per la Napoli del prossimo quarto di secolo. «Verso Oriente; Fra Terra e mare, La corona verde della rigenerazione periurbana; Frammenti di cambiamento lungo le nuove metropolitane; La direttrice del benessere e del tempo libero; Il quartiere della cultura». I nuovo insediamenti che nasceranno dentro questi “progetti guida” dovranno avere queste caratteristiche: «Attività produttive leggere e ad alta tecnologia, coworking e fab lab destinati a startup, imprese creative e innovatori indipendenti. Laboratori artigianali e di design, centri di trasferimento tecnologico a supporto delle piccole e medie imprese che intendono innovare prodotti e processi».