Carmelo Cinturrino, il poliziotto accusato di omicidio del pusher: «Ho messo la pistola vicino al corpo per paura». Meloni: ?«Implacabili con chi sbaglia»
«Ho messo la pistola vicino a Mansouri perché temevo le conseguenze di quello che era accaduto». Lo ha detto Carmelo Cinturrino, nel pomeriggio durante un colloquio in carcere...
«Ho messo la pistola vicino a Mansouri perché temevo le conseguenze di quello che era accaduto». Lo ha detto Carmelo Cinturrino, nel pomeriggio durante un colloquio in carcere con il suo avvocato, Piero Porciani. Il commissario capo di Polizia, fermato stamane per l'omicidio di Abderrahim Mansouri, ucciso lo scorso 26 gennaio nel boschetto di Rogoredo, ha ammesso le sue responsabilità. «Ho detto al mio collega di andare a pigliare lo zaino» al commissariato, «sapeva cosa c'era dentro». L'agente, che domani risponderà al gip, ha spiegato di essersi accorto solo mentre sparava che «quello che aveva in mano la vittima era un sasso».
APPROFONDIMENTI Chi è Carmelo CinturrinoVideoIl fermo
L'agente era in servizio dalle 8 di stamani e circa un'ora dopo, è stato riferito, sono arrivati gli uomini della Squadra Mobile coordinati dalla Procura. Con una nota il procuratore Marcello Viola, che coordina col pm Giovanni Tarzia le indagini della Squadra mobile della Polizia sull'omicidio del presunto pusher 28enne, ha comunicato che stamani è stato eseguito un provvedimento di fermo (alla base il pericolo di fuga) a carico di Cinturrino, 42 anni assistente capo del Commissariato Mecenate, «gravemente indiziato» dell'omicidio volontario di Mansouri. Il provvedimento, spiega la Procura, si fonda «sugli approfondimenti investigativi condotti dalla Squadra mobile» e dalla Polizia scientifica e in particolare su testimonianze, interrogatori, «analisi delle telecamere e dispositivi telefonici». Oltre ad accertamenti «di natura tecnico scientifica, che hanno permesso di ricostruire la dinamica dell'evento».
Cosa ha detto la premier Meloni
«Leggo con sgomento gli ultimi sviluppi sull'uccisione di uno spacciatore nel noto «boschetto della droga» di Rogoredo» e «se quanto ipotizzato trovasse conferma nel seguito delle indagini, ci ritroveremmo davanti a un fatto gravissimo, un tradimento nei confronti della nazione e della dignità e onorabilità delle nostre Forze dell'Ordine. Provo profonda rabbia all'idea che l'operato di chi tradisce la divisa possa 'sporcare' il lavoro dei tantissimi uomini e donne che, ogni giorno, ci proteggono e difendono la nostra sicurezza, con abnegazione, sacrificio e senso delle Istituzioni». Così la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. «Servitori dello Stato nei confronti dei quali, invece, dobbiamo tutti essere riconoscenti. Come dobbiamo essere riconoscenti in particolare alla Polizia di Stato che, su delega della Procura di Milano, sta svolgendo le indagini sui propri agenti coinvolti in questa tragica vicenda, al solo fine di far emergere la verità».
E aggiunge: «Chi indossa una divisa e rappresenta le istituzioni ha il dovere di farlo con il massimo del rigore. E con chi sbaglia, a maggior ragione perché indossa quella divisa, occorre essere implacabili. La giustizia farà il suo corso e confidiamo che sia determinata, anche perché - a differenza di quello che leggo - non esiste alcuno scudo penale».
Il pm: rischio che uccida ancora
A carico di Carmelo Cinturrino ci sono forti rischi di reiterazione del reato, ossia che possa uccidere ancora, e di inquinamento probatorio, oltre che il pericolo di fuga, perché ha anche una disponibilità di alloggi. Lo si evince in relazione alla richiesta di custodia in carcere che la Procura di Milano, diretta da Marcello Viola, inoltrerà al gip nelle prossime ore. Da ricostruire nelle indagini il movente, ma è venuto fuori che nell'ultimo periodo l'agente aveva preso di mira il presunto pusher. «Ce l'aveva con lui», è la sintesi degli accertamenti.
Sulla pistola solo il Dna del poliziotto
Sulla riproduzione della pistola trovata accanto al corpo del marocchino Abderrahim Mansouri non sono state trovate tracce di Dna della vittima ma solo quelle dell'assistente capo Carmelo Cinturrino, fermato stamani con l'acusa di omicidio volontario.
Lo ha spiegato in conferenza stampa il pm titolare delle indagini Giovanni Tarzia.La pistola messa dopo sul luogo delitto
Cinturrino aveva raccontato, interrogato la sera del 26 gennaio, di aver sparato un colpo - che ha ferito mortalmente Mansouri alla testa, sopra l'orecchio destro - perché lui impugnava una pistola e gliela aveva puntata contro. Aveva parlato, dunque, di legittima difesa e «paura». In realtà, le indagini, passate per complesse analisi, tra cui gli interrogatori degli altri quattro agenti presenti quel pomeriggio al controllo anti spaccio e indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso, hanno accertato che quella pistola, poi risultata una replica a salve, sarebbe stata messa successivamente sul luogo del delitto. Cinturrino, infatti, avrebbe detto al collega, che era poco dietro di lui quando ha sparato, di andare in commissariato a prendere uno zaino e lì dentro ci sarebbe stata quella pistola. Lo stesso 42enne avrebbe mentito ai colleghi dicendo di aver subito allertato i soccorsi e invece lo avrebbe fatto 23 minuti dopo. Dalle testimonianze di amici e conoscenti della vittima, sarebbe anche emerso, come ricostruito pure in indagini difensive dei legali dei familiari di Mansouri, gli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli, che il 28enne nell'ultimo periodo aveva paura di Cinturrino e avrebbe avuto anche l'intenzione di denunciarlo, perché lo avrebbe taglieggiato chiedendogli il pizzo, soldi e droga, fino a 200 euro e cinque grammi di cocaina al giorno, e lui negli ultimi mesi si sarebbe rifiutato. Presunte condotte illegali e borderline che il 42enne avrebbe messo in atto anche contro altri pusher e tossicodipendenti della zona Rogoredo-Corvetto.
La versione (crollata) di Cinturrino
Crollata - salvo sorprese come il ritrovamento del dna della vittima sulla scacciacani che era accanto al cadavere - la versione che l'uomo fosse armato e che il poliziotto abbia sparato «per paura» (la Beretta 92 col tappo rosso, secondo quanto ricostruito a ora, è stata posta accanto a Mansouri agonizzante) gli investigatori della Squadra mobile stanno verificando le pesanti accuse che amici e conoscenti della vittima hanno rivolto in sede di indagine difensive all'assistente capo, descritto come un «taglieggiatore» dei pusher del boschetto di Rogoredo e protettore di altri, al Corvetto, dove il poliziotto abita.
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L'analisi del telefono
Mansouri, hanno raccontato, a un certo punto aveva rifiutato di dare altro denaro e droga - qualcuno ha parlato di 200 euro e 5 grammi di cocaina al giorno - a Cinturrino e sarebbe nata una persecuzione da parte del poliziotto nei suoi confronti, tanto che il marocchino aveva raccontato di averne paura (il suo legale Debora Piazza gli aveva consigliato di acquistare una telecamera per riprendere i loro incontri ma Mansuori aveva prima acconsentito, poi aveva cambiato idea). L'analisi del telefono del poliziotto e dei quattro colleghi che erano con lui servirà per capire perché, dopo lo sparo, quel pomeriggio un agente fu mandato a prendere uno zaino in commissariato, dove si ritiene fosse stata posta la scacciacani ma serviranno anche a capire, con tabulati e chat, i reali rapporti tra Cinturrino, «Luca» per i pusher di Rogoredo, con gli spacciatori sia quelli del boschetto sia quelli del Corvetto che, invece sarebbero stati protetti.
La chiamata al 112 solo 23' dopo lo sparo
L'assistente capo avrebbe chiamato il 112 solo 23 minuti dopo lo sparo, mentendo ai colleghi dicendo loro che l'aveva già fatto. Minuti preziosi che avrebbero forse potuto salvare la vita al 28enne. I soccorritori lo trovarono infatti ancora vivo e morì all'arrivo di una seconda ambulanza. «È stato lasciato morire come un cane», aggiunge il suo legale. E sulla questione continua la polemica politica, con il capogruppo del Pd Pierfrancesco Majorino che domanda agli esponenti della Lega di «chiedere scusa per l'uso allucinante che hanno fatto di una vicenda tanto drammatica» perché «difendere le divise significa anche pretendere verità e responsabilità, senza propaganda e senza scorciatoie» e anche Avs che, con Matteo Gorini, co-portavoce di Europa Verde-Vide, e Giuseppe Roccisano, Segretario provinciale di Sinistra Italiana Milano, accosta la vicenda Mansouri al «caso di Stefano Cucchi».
Salvini: giusto che paghi
«Penso soprattutto alle centinaia di migliaia di ragazze e ragazzi in divisa che oggi sono per strada in tutta Italia, nelle stazioni, a rischiare la vita per salvare le vite. Quindi se fosse confermato il suo comportamento criminale sarebbe un oltraggio ai suoi colleghi in divisa». Così, a margine di una visita al Villaggio olimpico, il vicepremier e ministro ai Trasporti Matteo Salvini ha commentato il caso. «Detto questo, chi sbaglia paga, se qualcuno sbaglia in divisa paga anche di più, perché io come quasi tutti gli italiani, porto rispetto e fiducia nelle forze dell'ordine - ha concluso -. Se qualcuno invece usa la divisa per fare affari o per regolamenti di conto personali, non è degno di quella divisa».
Il capo della polizia
«L'immagine sana è quella dei colleghi investigatori della questura di Milano e questo è molto importante, perché noi abbiamo necessità di essere punto di riferimento per la nostra collettività e il cittadino deve avere quotidianamente fiducia nel nostro operato». Lo ha detto il capo della polizia Vittorio Pisani in merito al fermo dell'assistente capo Carmelo Cinturrino per la vicenda di Rogoredo. «Penso che aver dimostrato come la Polizia di Stato ha operato l'arresto di un ex appartenente alla Polizia di Stato, anzi lo definirei un delinquente - ha concluso - penso che questa sia l'immagine sana del nostro modo di operare».