La morte di Domenico Caliendo, il cuore in un box per le gite: così inizia il dramma
Come un comunissimo cesto per le merende, simile a quelli che si usavano qualche anno fa per andare in spiaggia, in campagna o a un campeggio. Un banale box di plastica, non sigillato, di quelli...
Come un comunissimo cesto per le merende, simile a quelli che si usavano qualche anno fa per andare in spiaggia, in campagna o a un campeggio. Un banale box di plastica, non sigillato, di quelli che ancora oggi maneggiano i venditori di bibite all’esterno degli stadi, all’insegna del “chi beve-chi beve”. Eccolo il contenitore portato a spalla, quello in cui è stato riposto - in mezzo a ghiaccio secco - il cuore donato e portato a Napoli, destinato al piccolo Domenico Caliendo.
LO SCATTO
C’è una foto che racconta meglio di ogni altra cosa il dramma che si è consumato sull’asse Bolzano-Napoli ed è la foto che vedete in pagina. È la foto del recipiente sequestrato dai carabinieri a Napoli, che - da un punto di vista emotivo - vale più di mille atti di indagine, più di tante consulenze tecniche e perizie incrociate. Una sorta di pietra dello scandalo, uno scandalo tutto italiano: quello della morte del piccolo Domenico Caliendo, rimasto attaccato a un macchinario per circa due mesi, dopo il trapianto di un cuore bruciato dal ghiaccio. Già, il giacchio.
A guardare la foto del contenitore sequestrato si capiscono tanti aspetti di un dramma nazionale. Si capisce che la sorte di Domenico è stata segnata dalla scelta della equipe napoletana di recarsi a Bolzano con un box da campeggio e non con un contenitore termico hi tech inutilmente acquistato dal Monaldi (costo 7mila euro); e dalla decisione di qualcuno nell’ospedale San Maurizio di Bolzano di rabboccare del ghiaccio secco (e non di acqua) in quel maledetto contenitore azzurro.
C’è stato un picco di temperatura, il cuore è rimasto congelato e il dramma si è compiuto poche ore dopo a Napoli, al Monaldi: di fronte all’organo ghiacciato, l’equipe napoletana (guidata dal chirurgo Guido Oppido) ha proceduto a un trapianto fallimentare, poi culminato in un calvario che ha commosso l’Italia. Ma torniamo alle indagini. Fascicolo del pm Giuseppe Tittafarrante, sotto il coordinamento del procuratore aggiunto Antonio Ricci, ipotesi di omicidio colposo. Sette medici indagati (sono tutti del Monaldi), mentre ci sono due infermiere di Bolzano nel mirino degli inquirenti. Sono responsabili di aver fornito ghiaccio tritato (e secco), quando ai napoletani cominciava ad assottigliarsi la fornitura refrigerante per affrontare il viaggio di ritorno al Monaldi. Uno scenario nel quale, a distanza di cinque giorni dalla morte di Domenico, si registra un altro capitolo di questa commedia triste che diventa balletto di responsabilità: lo scontro a distanza tra i due ospedali di Bolzano e di Napoli. In sintesi (ma ne parliamo nell’altro pezzo in questa pagina), gli altoatesini denunciano al Ministero le criticità e i limiti dell’intervento dei napoletani, giunti senza forniture e strumentazioni adeguati; mentre dal Monaldi, si rimanda alla storia della fornitura di ghiaccio. Inchiesta che ieri ha fatto registrare comunque un altro step. Parliamo della decisione di Patrizia Mercolino, mamma di Domenico, di presentarsi in Procura per consegnare un altro documento. Assistita dal penalista Francesco Petruzzi, la donna ha consegnato ai pm una traccia audio di una registrazione effettuata la scorsa settimana. Nell’audio si avverte la voce del cardiochirurgo Guido Oppido, che avrebbe ammesso di aver parlato «per disperazione», quando - appena il giorno precedente - aveva dato l’ok a un nuovo intervento su Domenico. Ma Oppido - viene da chiedere - non era stato sospeso da giorni? Difeso dai penalisti Vittorio Manes e Alfredo Sorge, il chirurgo Oppido è comunque l’unico in questa storia ad aver fornito un tentativo di spiegazione. O meglio, i suoi legali ricordano che Oppido ha agito «lottando contro il tempo, anzi, contro i minuti».
L’OROLOGIO
Chiaro riferimento all’altra faccia di questa storia: è il 23 dicembre scorso, l’equipe di napoletani in missione a Bolzano sono rientrati a Napoli, maneggiano quel contenitore azzurro e non sanno che il cuore che trasportano è bruciato dal ghiaccio sintetico. Non lo sa neppure Oppido, che decide di espiantare il cuore originale di Domenico senza sincerarsi delle condizioni dell’organo donato. Eppure è arrivato l’ok cuore. Comunicazioni a mezzo chat, tanto da spingere la Procura a fissare per domani il conferimento di incarico a un perito che dovrà copiare i contenuti dei cellulari dei sette medici indagati. Cosa si erano scritti quel 23 dicembre? E nei giorni successivi? Difesa dai penalisti Dario Gagliano e Anna Ziccardi, la dottoressa Gabriella Farina, a capo dell’equipe in missione, avrà modo di replicare alle accuse in una vicenda tanto dolorosa. Stesso discorso per un’altra indagata eccellente in questa storia: parliamo della dottoressa Marisa De Feo (difesa dal penalista Luigi Ferrante), che dovrà rispondere per la mancata formazione dei suoi colleghi, a proposito dell’uso dei box termici. Una storia che si riannoda su se stessa: perché le due custodie hi tech non sono state usate? Perché ridursi a usare quella specie di termos da italiani in gita, stile anni Ottanta? Perché nessuno ha chiesto ad un tecnico di ospedale di affrontare la trasferta a Bolzano, in quelle ore frenetiche dell’antivigilia?