Patto per la cocaina tra camorra e ?ndrine: in cella i nuovi boss
Un patto violato per inondare la città di cocaina, un accordo tra clan di Napoli e ?ndrine calabresi. Un patto violato, con la rapina di un furgone di droga portato a Scampia dai...
Un patto violato per inondare la città di cocaina, un accordo tra clan di Napoli e ‘ndrine calabresi. Un patto violato, con la rapina di un furgone di droga portato a Scampia dai corrieri della ‘ndrangheta, con l’inevitabile reazione da parte degli stessi calabresi: che arrivano addirittura a fissare una taglia di 120mila euro sulla testa del capoclan emergente di Scampia, oltre a progettare di sequestrargli la moglie.
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Storie pulp che emergono dall’inchiesta culminata in nove arresti, tra cui sette napoletani (tutti ritenuti vicini al cartello dei girati della Vannella Grassi) e due esponenti del gruppo Molè. Inchiesta condotta dalla Dda del procuratore aggiunto Sergio Amato, sotto il coordinamento dello stesso procuratore Nicola Gratteri, c’è la conferma di una sorta di asse criminale: quello tra cosche napoletane e calabresi, all’insegna dell’aggressione del mercato della cocaina. E c’è un evento che fa da spartiacque: siamo a marzo del 2023, quando avviene l’irreparabile.
A Casavatore un carico di droga, con venti chili di cocaina, proveniente dalla Calabria viene assaltato. Era destinato agli Amato-Pagano. Un danno, ma anche e soprattutto un affronto per i calabresi. Che scatenano una sorta di ordalia. Chi è l’obiettivo principale? Stando a quanto emerge, ad organizzare la rapina sarebbe stato Simone Bartiromo, una sorta di emergente che - a sua volta - aveva bisogno di recuperare soldi per pagare un debito con altri clan all’ombra delle Vele di Scampia. Ed è nei suoi confronti che viene scatenata una sorta di rappresaglia da parte delle ‘ndrine: viene fissata una taglia da 120mila euro sullo stesso Bartiromo, mentre si progetta il sequestro della moglie del boss. Uno scenario in cui è lo stesso procuratore Nicola Gratteri, che ha dedicato la vita al contrasto della ‘ndrangheta, ad intervenire su questo punto: «Gli arresti sono stati tempestivi anche per impedire propositi di vendetta», ha spiegato al termine della conferenza stampa in Procura. Più nello specifico, il procuratore ha spiegato: «Siamo preoccupati, perché conosciamo il modo di pensare e della ‘ndrangheta e per questo abbiamo chiesto all’ideatore del colpo se vuole essere tutelato».
Modello Isis
Non mancano tinte pulp, a leggere la ricostruzione fornita da alcuni collaboratori di giustizia, secondo quanto emerge dal lavoro dei carabinieri del comando provinciale di Napoli. Restiamo alla misura cautelare firmata dal gip Carla Sarno, si fa riferimento anche a una sorta di avvertimento ordito dai calabresi: spunta il riferimento al video di un affiliato torturato e ucciso. Un video che viene poi mandato agli altri affiliati, a mo’ di lezione. Per quale motivo? Spiega il collaboratore di giustizia: «Perché era stato ritenuto responsabile di aver tradito la propria organizzazione, al punto tale da essere indicato come una sorta di responsabile della fallita spedizione di droga ai napoletani». Una vendetta secondo il modello Isis: un uomo torturato, ucciso e filmato. Uno spot che serviva a impedire altri strappi da parte degli affiliati.
I nomi
Ma restiamo alle manette scattate all’alba di ieri mattina: in cella, oltre a Simone Bartiromo (che è agli arresti, a Tolmezzo, dalla scorsa estate), anche Antonio Coppola, Giuseppe Corcione, Fabio Iazzetta, Luigi Rosas, Sebastiano Romeo, ma anche Giovanni Nirta e Andrea Giuliani e Gaetano Angrisano. E torniamo alla rapina che ha fatto da spartiacque in questa storia: la droga, invece di finire nelle mani degli Amato Pagano, venne portata a Casavatore. Da allora, il rischio di una vendetta in grande stile era attuale. Ieri le manette, che hanno impegnato decine di militari tra le vele di Scampia.
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C’è un particolare rivelato nel corso della conferenza stampa dal colonnello Antonio Bagarolo, a capo del reparto operativo: all’esterno di una casa abbiamo trovato scarpe da donna e di una bambina, messe da parte di chi voleva evidentemente sviare le nostre indagini. Abbiamo fatto comunque irruzione all’interno di quell’appartamento e abbiamo dato inizio a un sopralluogo che è andato avanti per cinque ore. Ripeto - spiega il comandante - per cinque ore, al termine delle quali siamo riusciti comunque a stanare la persona che stavamo cercando. Pensate - dice l’ufficiale - l’uomo era nascosto all’interno di una nicchia ricavata nella parete interna, alle spalle di un armadio. Solo la tenacia dei carabinieri ci ha consentito di arrestare l’indagato. Un’operazione che conferma la capacità di contrasto del crimine sul territorio, come ha spiegato il comandante provinciale Biagio Storniolo, in una vicenda che ha avuto il merito di bloccare sul nascere una possibile stagione di vendetta.