Carmelo Cinturrino resta in carcere per omicidio, il Gip: «Metodi intimidatori, nessuna collaborazione»
Il Mattino

Carmelo Cinturrino resta in carcere per omicidio, il Gip: «Metodi intimidatori, nessuna collaborazione»

Mercoledì 25 febbraio 2026
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Resta in carcere Carmelo Cinturrino, l'assistente capo di polizia accusato dell'omicidio volontario di Abderrahim Mansouri, ucciso il 26 gennaio scorso nel boschetto di Rogoredo. Il...

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Resta in carcere Carmelo Cinturrino, l'assistente capo di polizia accusato dell'omicidio volontario di Abderrahim Mansouri, ucciso il 26 gennaio scorso nel boschetto di Rogoredo. Il gip di Milano Domenico Santoro non ha convalidato il fermo, ma ha disposto la custodia cautelare in carcere.  Il giudice Santoro non ha convalidato il fermo per mancanza del pericolo di fuga, mentre ha disposto la misura della custodia cautelare in carcere per i gravi indizi di colpevolezza e ritenendo che Cinturrino possa uccidere ancora e inquinare le prove, come tentare di convincere i suoi colleghi a rendere una versione in linea con la sua. Gli agenti che si trovavano con lui nel boschetto di Rogoredo, sentiti dal pm come testimoni nell'immediatezza dei fatti, avevano fornito un racconto che confermava quello del assistente capo. Riconvocati, ma come indagati, lo scorso 19 febbraio, hanno corretto il tiro fornendo particolari a riscontro delle indagini e confermando il sospetto della messinscena della pistola finta. Un replica di una Beretta che Cinturrino, è la ricostruzione, ha messo vicino al corpo di Mansouri dopo averlo ucciso e prima di chiamare i soccorsi - con un ritardo di 23 minuti - in modo da acclarare la tesi della legittima difesa.

APPROFONDIMENTI
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L'ordinanza

Nessun «spirito collaborativo» nell'interrogatorio da parte dell'agente, che ieri ha ammesso solo «aspetti che risultavano» già acclarati nelle indagini, come di aver «alterato la scena del delitto» mettendo la pistola finta, mentre per il resto dichiarazioni non credibili come su quel colpo esploso, a suo dire, con intento solo «intimidatorio», perché spaventato. In più i suoi «metodi intimidatori» nelle operazioni, che lui ha negato, trovano «conferma» nelle testimonianze. Lo si legge nell'ordinanza del Gip. 

La ricostruzione

Davanti al Gip l'assistente capo ha continuato a sostenere che non voleva uccidere e che tutto è accaduto perché temeva che il pusher 28enne avesse in mano un revolver. «Uno che spara da 30 metri, non vuole uccidere. Era buio». E dopo aver visto che Mansouri si è abbassato e poi rialzato, «si è spaventato». Insomma ancora oggi, a distanza di quasi un mese, e con le indagini che hanno restituito una scena diversa da quella iniziale, l'agente ha rivendicato di aver agito per legittima difesa anche se ha corretto il tiro, non potendo negare gli esiti di accertamenti serrati, tra cui quelli genetici. Sono sue le tracce sulla pistola finta che, a suo dire, ha trovato «in zona Lambro prima del Covid» e conservato non si sa per quale motivo. Pistola che lui stesso ha collocato di fianco al corpo senza vita di Mansouri, dopo aver ordinato al poliziotto che era accanto a lui di andare in ufficio a prendere una borsa, senza chiarire se costui sapesse o meno cosa ci fosse dentro e rimanendo vago sul ritardo con cui ha dato l'allarme. Su questo punto i colleghi hanno raccontato che non solo lo hanno visto «spostare il corpo» della vittima ma anche di avergli visto mettergli accanto un «oggetto nero». 

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