Ventre: «Innovazione, si vince al Sud la sfida dell?Italia in Europa»
Professor Ventre, Napoli capofila del Sud in crescita da anni anche in termini di innovazione e ricerca è una sorpresa anche per lei che, di fatto, con la convenzione tra Federico II e...
Professor Ventre, Napoli capofila del Sud in crescita da anni anche in termini di innovazione e ricerca è una sorpresa anche per lei che, di fatto, con la convenzione tra Federico II e Apple ha gettato le basi per questo cambio di paradigma?
«Francamente, all’inizio, quando avviammo il dialogo con Apple su cosa si poteva fare insieme, c’era soltanto la volontà di far conoscere l’enorme potenziale della città e della nostra Università. Ma fummo anche fortunati, perché, con l’allora rettore Gaetano Manfredi e altri colleghi, avevamo già iniziato a ragionare su come accrescere la presenza dell’ateneo nella vita di Napoli e della regione. E non a caso il primo obiettivo del campus di San Giovanni a Teduccio era di insediare laboratori di ricerca in grado di collaborare con imprese ed enti pubblici, mettendo a disposizione i nostri spazi: abbiamo capito ben presto che la scelta era giusta, che era possibile cambiare anche la prospettiva accademica e che eravamo ad un punto di partenza, non di arrivo».
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La sinergia tra imprese e mondo della ricerca è diventata il “modello Napoli”, un ecosistema diffuso negli anni successivi anche in altre realtà metropolitane del Sud, da Bari a Catania, a Cosenza.
«E non a caso ha citato altri tre esempi di grandi atenei del Mezzogiorno. Offrire competenze, talenti, idee, start up è diventata ormai una consapevolezza vera e propria. Ma per quanto un ateneo possa essere all’altezza di questa sfida conta anche il contesto in cui esso si muove. Noi siamo partiti con un’azienda internazionale che aveva messo gli occhi su Napoli ma abbiamo anche potuto contare sulla disponibilità della politica locale, come nel caso della prima giunta De Luca, a sostenere i nostri progetti. Oggi è la politica nazionale e in particolare il Pnrr ad avere dato un impulso fortissimo non solo alla ricerca ma anche alla modernizzazione dello Stato, presupposto decisivo di ogni processo di crescita. Sapere che la Pubblica amministrazione della Germania utilizza ancora i fax fa riflettere».
Il Sud sembra aver colto l’importanza di questo cambiamento. Crescono Pil, occupazione, export, in Campania ci sono pmi innovative seconde per numero solo alla Lombardia. Anche il Nord sembra averlo scoperto…
«Il Sud ha sfruttato un vantaggio non trascurabile, era più libero dai vincoli di una presenza industriale vecchia, di un mondo fatto ancora di imprese soprattutto tradizionali. E i risultati da lei accennati dimostrano che il cambio di paradigma sta avvenendo anche se il percorso resta lungo, a partire dal fatto che un incremento degli occupati, basato soprattutto su edilizia e turismo come spiega l’ultimo Rapporto Svimez, non può rassicurarci, al pari dell’alta percentuale di dispersione scolastica ancora esistente».
Oggi l’attrattività del Mezzogiorno anche in termini di investimenti, a cominciare da quelli favoriti dalla Zes unica, è un dato di fatto.
«Non c’è dubbio. È venuto fuori in questi anni un ecosistema in parte nascosto, fatto di imprese che avevano una grande capacità di innovazione: paradossalmente, la deindustrializzazione folle del Sud degli anni ’70 e ’80 alla fine ci ha lasciato con la necessità di inventarci un nuovo futuro. Ed è qui che è nata la svolta come dimostrato dalla nascita di distretti ad alta innovazione tecnologica come quelli aerospaziali o dell’ICT in Campania, Puglia e anche Calabria e Sicilia».
Si può parlare di tendenza acquisita alla crescita o il dubbio sul dopo Pnrr è molto più serio di quanto si possa immaginare?
«È la questione chiave. E non mi riferisco solo al Sud perché non sono mai stato un difensore di visioni ideologiche del genius loci. Servono soprattutto politiche nazionali e sovranazionali. Nel nostro Paese, la capacità di vendere prodotti ad alta innovazione, coniugando ingegneria solida e stile per intenderci, si è in gran parte perduta: il motore centrale della Vespa, il televisore Brionvega con la maniglia, i prodotti Moplen per la casa erano, con tanti altri, il simbolo dell’innovazione italiana. Purtroppo, abbiamo deciso invece di puntare con alcuni distretti solo sulla fornitura in filiera di componenti per altri mercati, Francia e Germania in testa, dipendendo quasi esclusivamente dalle dinamiche di prezzo. Oggi dobbiamo invece cambiare prospettiva e la scelta non va fatta in Campania ma a livello nazionale».
Cosa vuol dire, in concreto?
«Che bisogna approfittare della volontà di questa Europa di andare verso l’eccellenza e l’ottimo, accettando il cambiamento che prima o poi ci sarà, come nel caso delle auto elettriche. Elettronica, informatica, chimica sono investimenti sempre più indispensabili: cambiamo le filiere e rendiamole più competitive. E l’Italia ce la può fare perché la spinta proveniente anche dal Sud rende sempre più omogeneo il Paese. Se non qui, al Sud, dove sarebbe possibile vincere questa sfida?».