Sanità, le mani del clan sul San Giovanni Bosco: «Colletti bianchi in cella»
Era una fabbrica di falsi certificati medici, di quelli buoni ad ottenere la scarcerazione di boss e affiliati dinanzi ai giudici del Tribunale di Napoli. Ma era anche un laboratorio abusivo di...
Era una fabbrica di falsi certificati medici, di quelli buoni ad ottenere la scarcerazione di boss e affiliati dinanzi ai giudici del Tribunale di Napoli. Ma era anche un laboratorio abusivo di cartelle cliniche false, roba utile a ottenere indennizzi assicurativi dopo aver orchestrato finti incidenti stradali. Infine, una potente macchina da soldi, grazie alla buvette, ai parcheggi, alle macchinette distributrici di bevande e alimenti; oppure grazie al monopolio assicurato a una sola ditta di ambulanze, che potevano incassare soldi in chiaro dalla sanità pubblica.
È la storia nera del San Giovanni Bosco, ospedale non privo di eccellenze tra professionisti e sanitari, alla luce di quanto emerge dal blitz messo a segno ieri mattina dai carabinieri del reparto operativo e del nucleo di polizia economico e finanziaria della Finanza. Quattro arresti su oltre settanta indagati, un blitz reso spuntato dalla tempistica, secondo quanto emerge dal provvedimento firmato dal gip Ivana Salvatore. Tempi decisamente sfilacciati per una maxinchiesta resa spuntata dal fattore cronologico. Ed è lo stesso gip a concludere così una misura cautelare di oltre duemila pagine: c’è la gravità indiziaria, ma vengono meno le esigenze cautelari. Restiamo alla tempistica: le richieste di arresti sono di due anni e mezzo fa, mentre i fatti presi in esame riguardano il periodo pre covid, tra il 2019 e il 2020. Non è il primo atto di accusa contro il pressing della camorra al San Giovanni Bosco: nel 2014 la maxiretata all’epoca firmata dal gip Raffaele Piccirillo, poi un secondo atto qualche anno dopo. Decisiva in questa storia la denuncia firmata dall’ex manager di Asl Napoli uno Ciro Verdoliva, ma anche dalle ripetute denunce presentate dall’europarlamentare Francesco Borrelli (Avs). Ma chi sono i quattro indagati finiti in cella? Si tratta di Salvatore e Pietro De Rosa, per anni titolari di fatto della buvette dell’ospedale di via Briganti, ma anche Maurizio Scapolatiello, manager di una ditta di ambulanze che aveva il monopolio nel trasporto dei degenti, infine l’avvocato Salvatore D’Antonio. Cinquantadue anni, originario di Ottaviano, professionista stimato da tanti colleghi, dovrà rispondere di concorso esterno in associazione camorristica. Difeso dal penalista Onofrio Annunziata, l’avvocato è accusato di aver contribuito a rafforzare il radicamento economico dei boss, grazie a solidi rapporti con un impiegato Inps, ma anche ricollocando soldi di origine illecita in compravendite sospette (acquisto di immobili, auto e quadri d’autori). I quattro indagati potranno ovviamente replicare alle accuse e dimostrare la correttezza della propria condotta e vanno considerati innocenti fino a prova contraria.
Gli impiegati
Inchiesta condotta dal pm Alessandra Converso (che ha lavorato nel solco investigativo della collega Ida Teresi, oggi alla Dna), sotto il coordinamento del procuratore aggiunto Sergio Amato, restiamo ai contatti con la pubblica amministrazione. Tra gli oltre settanta indagati, spiccano anche dei funzionari pubblici. Ci sono tre medici, due dei quali ancora al lavoro al San Giovanni Bosco, ma anche sei funzionari inseriti nella pubblica amministrazione e un altro penalista finito sotto inchiesta. È il caso di un ispettore in congedo di polizia, che - all’epoca dei fatti - era in servizio presso la prefettura, che sarebbe intervenuto per il rilascio di una certificazione antimafia; di un funzionario Inps, per aver effettuato un accesso abusivo chiestogli dall’avvocato D’Antonio; un impiegato oggi in pensione dell’ufficio patrimonio dello stesso nosocomio, che avrebbe consentito ai fratelli De Rosa per anni di non pagare i canoni, di allacciarsi abusivamente alle utenze pubbliche dell’ospedale, di piazzare macchine distributrici di alimenti, «in cambio di varie utilità».
Camici bianchi
Sotto accusa anche tre medici: c’è una professionista che dovrà difendersi dall’accusa di aver fornito falsi certificati medici a soggetti appartenenti o contigui ai clan, a sostegno di istanze di scarcerazione inoltrate anche da quadri di vertice del clan Contini; un altro professionista tuttora in servizio in via Briganti, che avrebbe assicurato ad alcuni camorristi una sorta di corsia privilegiata per effettuare delle visite, in cambio della promessa di acquisire clienti per la propria attività privata; infine un terzo medico, all’epoca in servizio nell’ospedale napoletano che avrebbe chiesto l’intercessione di un affiliato ai Contini per costringere una ex collaboratrice domestica ad accettare una somma come buonuscita largamente inferiore a quella richiesta. Poi c’è il filone delle truffe per polizze assicurative: qui - si legge agli atti - vale la regola del 10 per cento degli incassi da assicurare ai colletti bianchi. Non mancano particolari pulp nel libro nero della sanità targata Alleanza di Secondigliano: come la storia della donna morta in ospedale, ma trasportata come viva nella sua casa di Arzano. Un modo per evitare denunce e indagini, all’ombra dell’ormai ex (si spera) ospedale della camorra.