Ospedale in mano ai clan: «L?ex manager in trincea»
Il Mattino

Ospedale in mano ai clan: «L?ex manager in trincea»

Venerdì 27 febbraio 2026
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Una ?diagnosi? infausta. Di quelle che non contemplano sconti e neppure speranze: «Questo ospedale è malato di camorra». Ciro Verdoliva, ad appena un mese e mezzo...

Una “diagnosi” infausta. Di quelle che non contemplano sconti e neppure speranze: «Questo ospedale è malato di camorra». Ciro Verdoliva, ad appena un mese e mezzo dal suo insediamento come commissario straordinario dell’Asl Napoli 1 Centro, aveva già capito che la gestione del San Giovanni Bosco rappresentava una questione scottante.

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Soprattutto, assai pericolosa: «Per anni sono state concesse aree di illegittimità, ma solo la paura o la connivenza possono impedire a chi di dovere di attaccare queste sacche. Il parcheggio, il bar, l’attività di ristorazione e le macchinette distributrici, che ho rilevato essere abusive, sono riconducibili al titolare del bar Teodoro De Rosa». Un attacco dritto al cuore economico di un clan, quello dei Contini, che aveva trasformato il presidio sanitario di via Filippo Maria Briganti in una centrale per la produzione di certificati medici falsi per truffe assicurative e scarcerazioni eccellenti, ma anche per il reinvestimento di capitali illeciti.

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L'ordinanza

Tra le oltre duemila pagine dell’ordinanza di custodia cautelare che mercoledì ha portato all’esecuzione di quattro arresti, tra cui quello di Salvatore D’Antonio, avvocato ritenuto al servizio del clan, c’è una data cerchiata in rosso. È lo spartiacque dell’indagine con cui carabinieri e finanza, sotto il coordinamento della Dda, arriveranno a iscrivere nel registro degli indagati quasi ottanta persone. Sotto la lente anche tre medici, due dei quali ancora in servizio al San Giovanni Bosco, e sei pubblici ufficiali. Il 20 marzo 2019 Ciro Verdoliva, manager dalla schiena dritta, decide di non piegarsi all’arroganza criminale della camorra. Va in Procura e rende un interrogatorio fiume da cui emerge il baratro in cui l’ospedale è precipitato.

Non è un caso, forse, che fin dai primi passaggi lanci una stilettata al precedente management: «Ritengo che la direzione strategica, dunque i dottori Forlenza, Guerra e Faraone, fossero ben consapevoli delle reali problematiche, oltre a quella delle formiche che mi era stata sottoposta». Il riferimento all’infestazione che, a inizio febbraio, aveva colpito il reparto di Rianimazione era però solo la punta dell’iceberg. Le domande del pool inquirente guidato dal sostituto Alessandra Converso e dall’aggiunto Sergio Amato sono incalzanti e Verdoliva arriva presto dritto al nocciolo: «Ho capito, anche se Forlenza (ex dg dell’Asl, nda) non me l’aveva detto, che il problema era anche il bar. Tutti, anche i vertici, dicevano che l’ospedale San Giovanni Bosco era ingestibile per la presenza della camorra». Un sospetto che ha ben presto trovato riscontro nelle indagini. Il “patriarca” del clan Contini, Teodoro De Rosa, tramite la Dea Srl aveva infatti preso il controllo dei servizi di caffetteria e buvette. E proprio all’azienda riconducibile alla cosca che Verdoliva ha mosso la contestazione poi culminata nell’estromissione: «Non solo - ha messo a verbale l’ex commissario - non c’è un contratto, ma poiché non è stato onorato il tentativo di ristrutturazione del debito è comunque decaduta la transazione».

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Le minacce

Il pressing del clan non si sarebbe fatto attendere: «Teodoro, Vincenzo e Salvatore De Rosa - ha spiegato Verdoliva - sono venuti in ufficio, ma non li ho ricevuti. Hanno fatto delle minacce, poi sono arrivate le mogli con i bambini e si sono seduti nella hall per fare delle dimostrazioni». Era solo il primo atto di un’escalation imprevedibile. A rivelarlo è un’intercettazione che vede protagonisti Pietro e Salvatore De Rosa, con il secondo che, riferendosi proprio a Verdoliva, si lascia scappare: «Lui pensa che noi non possiamo entrare. Una mazziata non gliele toglie nessuno». E ancora: «A questo lo azzecco proprio a terra». Verdoliva non ha però avuto la minima esitazione: «Dopo il mio incarico ho parlato con il presidente Vincenzo De Luca ed è stato lui a dirmi di avere la massima attenzione sul San Giovanni Bosco, diventato un simbolo di mala sanità. Bisognava impiegare tutte le forze». Una guerra che, sei anni dopo, sembra non ancora vinta.

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