Napoli, spaccio nei giardini occupati da 40 anni: la droga tra i bimbi
Il Mattino

Napoli, spaccio nei giardini occupati da 40 anni: la droga tra i bimbi

Mercoledì 18 marzo 2026
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Movimenti goffi e scarsa abilità nel distinguere le auto dei clienti da quelle delle forze di polizia. Al tribunale del clan erano bastati sette giorni per raggiungere un verdetto:...

Movimenti goffi e scarsa abilità nel distinguere le auto dei clienti da quelle delle forze di polizia. Al tribunale del clan erano bastati sette giorni per raggiungere un verdetto: «Quando quello si è fermato con la Panda tu non ti dovevi muovere. È un problema loro se devono avere la “roba”, si fanno capire. Se vivi da solo la cazzimma la devi avere». Per quel ragazzino orfano di padre e con la madre detenuta lontano da Napoli sarebbe stata l’ultima lezione da pusher: “licenziato” in tronco e senza possibilità di appello. Il suo “apprendistato” era già al capolinea.

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È un baratro senza via di uscita, quello tratteggiato nell'inchiesta con cui all’alba di ieri Direzione distrettuale antimafia e polizia di Stato hanno azzerato, eseguendo undici arresti, una delle storiche e più remunerative piazze di spaccio di Secondigliano e dell’intera area nord. Un’ammissione che, ignaro di essere intercettato, finiva per fare persino il ras Antonio Bruno, detto “111”, indiscusso capozona del rione Berlingieri: «Noi qua vendiamo da quarant’anni, sappiamo come ci dobbiamo muovere». E loro, tra i giardinetti sovrastati dalla statua di Padre Pio, pensavano davvero di essere intoccabili.

L’indagine 

Due i clan colpiti dall’indagine: Licciardi e Vanella Grassi. In via Monte Faito, in particolare, a imporsi era stato Antonio Bruno, narcotrafficante di lungo corso che grazie a un manipolo di familiari e fedelissimi aveva messo in piedi un market della cocaina attivo a tutte le ore del giorno e della notte. Sia in forma statica che con quella del delivery: la fabbrica della morte non conosceva soste. Anche quando qualcuno degli affiliati finiva in manette, la holding andava subito a caccia di nuova manovalanza a basso costo, come nel caso del giovanissimo aspirante pusher, cacciato dopo pochi giorni.

L’inchiesta ha abbracciato un arco temporale di circa un anno, da marzo 2022 a maggio 2023, sufficiente a ricostruire, soprattutto grazie a una fittissima attività di intercettazione ambientale, i ruoli degli undici indagati e il vorticoso giro di affari dell’organizzazione: il ricavo è stato stimato dagli inquirenti in 280mila euro all’anno. I riflettori dell’inchiesta - coordinata dal pool antimafia diretto dall’aggiunto Sergio Amato e dal sostituto Lucio Giugliano - si sono poi focalizzati sulla posizione apicale di Luigi Carella, alias “la Gallina”, storico “colonnello” del clan Licciardi, considerato l’uomo che, seppur da dietro le quinte, teneva le redini dell’intero affare.

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Le indagini condotte dai poliziotti della Squadra mobile, guidata dal neo dirigente Mario Grassia, e da quelli della Squadra investigativa del commissariato Secondigliano hanno poi svelato, oltre a decine di episodi di spaccio, anche l’avvertimento recapitato a un pusher: prelevato con la forza dalla sua abitazione e pestato a sangue in quanto “colpevole” di essere in ritardo con il pagamento di una partita di droga.

I personaggi

Le porte del carcere si sono dunque aperte per gli indagati accusati di associazione per delinquere: vale a dire il boss Luigi Carella, Antonio Bruno “111” e il figlio Gennaro “il Brigante”, nonché per Ciro Cardaropoli, Antonio Gemei, Francesco Marzano, Pasquale Ruffo ed Eduardo Fusco. Il gip Marco Giordano ha invece disposto gli arresti domiciliari per Romolo Campano, Luisa Morra e Tommaso Bruno, che rispondono di spaccio “semplice”. Con il blitz di ieri mattina il quartiere Secondigliano vede così cadere una delle piazze di droga che avevano permesso alle due cosche di mettere sotto scacco l’intero rione. L’organizzazione si era servita infatti dei giardini pubblici di via Monte Faito: un rischio assurdo, soprattutto per i bambini, che per anni hanno rischiato di entrare in contatto con le dosi nascoste dal clan.

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Che il business criminale targato Carella-Bruno macinasse cifre da capogiro era un fatto acclarato negli ambienti criminali dell’area nord. Non a caso Massimo Molino, ex uomo del gruppo di fuoco del clan Di Lauro, ha riferito senza tanti giri di parole: «L’unica vera e propria piazza di cocaina è quella di via Monte Faito 180. A gestirla sono Antonio Bruno e il cognato Ciro Cardaropoli. Fino a mezzanotte lavorano su strada, poi spacciano in casa. La droga viene custodita nei giardinetti, vicino all’albero di Padre Pio o in un vicoletto lì vicino. La piazza paga 3mila euro al mese a Carella ed è attiva da oltre trent’anni».

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