Portici, agraria, lo studio choc: «Mozziconi di sigaretta in ?vita? dopo 10 anni»
Un gesto che dura mezzo secondo: schiacciare una sigaretta e lasciarla a terra. E una ricerca che dura dieci anni per capire cosa succede dopo. Su questo paradosso si fonda lo studio...
Un gesto che dura mezzo secondo: schiacciare una sigaretta e lasciarla a terra. E una ricerca che dura dieci anni per capire cosa succede dopo. Su questo paradosso si fonda lo studio dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, Dipartimento di Agraria, che per la prima volta ha seguito il destino dei mozziconi di sigaretta lungo un intero decennio. Un lavoro paziente, quasi ostinato, che ha finito col trasformare uno scarto, quel che resta di una sigaretta, in un caso scientifico complesso.
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Dieci anni fa i ricercatori dell’ateneo napoletano hanno raccolto circa 12mila cicche in diversi ambienti – sabbia, prati, strade – e le hanno «messe a invecchiare» controllandone nel tempo trasformazioni fisiche, chimiche e biologiche. Il risultato è stato uno studio pubblicato su «Environmental Pollution» che porta la firma del professor Giuliano Bonanomi insieme a Giuseppina Iacomino, Daniela D’Esposito, Maurilia Maria Monti, Antonietta Siciliano, Lucia Santorufo, Marisa Spampinato, Michelina Ruocco, Maria Vittoria Verrillo, Riccardo Spaccini, Ahmed M. Abd-ElGawad, Luigi F. Di Costanzo, Mohamed Idbella.
Le analisi
La scoperta più significativa è che i mozziconi non scompaiono davvero. Si trasformano. I filtri, composti da acetato di cellulosa – una plastica a tutti gli effetti – resistono alla degradazione e seguono un processo lento e articolato. Dopo una prima fase relativamente rapida, il decadimento rallenta drasticamente e può durare oltre dieci anni, con perdite di massa che arrivano fino all’84% solo in condizioni favorevoli. Ma anche quando sembrano consumati del tutto, i residui non spariscono davvero: restano sotto altre forme. È qui che emerge uno degli aspetti più sorprendenti.
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Analizzati al microscopio, i filtri degradati non si dissolvono ma si integrano nel suolo formando strutture sferiche, le cosiddette sferuliti. In pratica diventano un tutt’uno con il terreno, aggregati complessi in cui materiale plastico, sostanza organica e componenti minerali si fondono. Un processo che, più che eliminare il rifiuto, lo trasforma in una nuova forma di microplastica. Ecco perché lo studio è attualissimo.
Il tema delle microplastiche è, infatti, centrale e sta da tempo imperversando nel dibattito riguardante il rispetto dell’ambiente. Le sigarette rappresentano uno dei rifiuti più diffusi al mondo e i loro filtri rilasciano nel tempo fibre microscopiche e sostanze tossiche: nicotina, metalli pesanti, idrocarburi e composti organici volatili. Lo studio napoletano dimostra che l’impatto non è solo immediato ma anche persistente: anche dopo dieci anni, i residui continuano a produrre effetti biologici misurabili sugli organismi, segno che il rischio ambientale non si esaurisce nel breve periodo.
Gli ambienti
La ricerca evidenzia anche che la decomposizione dipende fortemente dall’ambiente circostante. Nei suoli ricchi di nutrienti, come quelli erbosi, il processo è più avanzato grazie all’azione dei microrganismi; al contrario, in ambienti poveri come la sabbia o l’asfalto, i mozziconi restano quasi intatti anche dopo anni. Un dato che spiega perché spiagge e aree urbane continuino a essere tra i principali “depositi” di questo tipo di rifiuto.
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Il lavoro della Federico offre un contributo scientifico concreto su un oggetto spesso sottovalutato. Perché se è vero che il mozzicone è piccolo, è altrettanto vero che è diffusissimo: trilioni di esemplari dispersi ogni anno nel mondo. E così quel gesto distratto – gettare una sigaretta a terra – col lavoro dei ricercatori napoletani cambia prospettiva. Non è più un’abitudine innocua, ma l’inizio di un processo che lascia tracce invisibili ma persistenti. Lo studio lo dimostra con rigore: il problema non è solo quanto una cicca dura, ma in cosa si trasforma. E quanto a lungo resta con noi.