Pomicino, una vita per la Dc: addio al vicerè di Napoli
La prima domanda che Paolo Cirino Pomicino raccontava di aver rivolto al cardiochirurgo che lo aveva curato all?epoca del primo dei suoi non pochi acciacchi era stata per sapere se avesse...
La prima domanda che Paolo Cirino Pomicino raccontava di aver rivolto al cardiochirurgo che lo aveva curato all’epoca del primo dei suoi non pochi acciacchi era stata per sapere se avesse potuto proseguire l’attività politica con la stessa frenetica passione. «Lei ha molti modi per morire, ma il più malinconico sarebbe quello di morire avendo rinunciato alla politica», era stata la risposta. Lui non avrebbe voluto sentire altro proclamando: «Resistenza a oltranza, una sana rivolta all’idea che tutto debba finire». Ma l’«Highlander» – così la moglie Lucia Marotta amava definirlo – si è dovuto arrendere e Paolo Cirino Pomicino si è spento a Roma all’età di 86 anni. Domani sarà allestita la camera ardente a Montecitorio, martedì i funerali nella Capitale.
IL VICERÈ DI NAPOLI
Era nato a Napoli il 3 settembre del 1939 in un giorno in cui – fece scrivere sul biglietto d’invito della festa degli 80 anni – «Gran Bretagna e Francia dichiararono guerra alla Germania di Hitler, mentre alle 7 del mattino nasceva…». Un posto nella Storia se lo è comunque conquistato occupando un ruolo da protagonista della stagione della cosiddetta Prima Repubblica. Dove è stato ‘o ministro, il titolare dello «sportello Pomicino», il vicerè di Napoli, il braccio destro di Giulio Andreotti e perciò un po’ Divo anche lui, Niccolò Machiavelli e Mefistofele, l’esponente della Dc partito mamma o – a dar retta a Umberto Eco – partito zia, «dispensatore di favori e di indulgenze, tollerante e comprensivo, qualche volta pasticcione, spesso indeterminato, mai autoritario», con le parole di Marco Follini.
Pomicino e quello pseudonimo "Geronimo" per firmare articoli in piena Tangentopoli
Lui della Dc e della democristianità, della costruzione e della gestione del potere è stato interprete, declinandone l’azione con intelligenza e furbizia, cinismo e ironia, disinvoltura e competenza per arrivare a delineare un profilo di politico che dopo aver superato asprezze e veleni, 42 processi negli anni di Tangentopoli con una sola condanna per finanziamento illecito da parte della famiglia Ferruzzi, è giunto a questo accidentato presente come esempio di abilità e capacità. A casa sua aveva conservato la fotografia del suo malandato muscolo espiantato nel 2007 e messo in barattolo: «È il vecchio cuore democristiano», affermava con malcelato orgoglio. Così vorrebbe essere oggi ricordato.
PASSIONE POLITICA
Doti riconosciute ampiamente e da tutti, amici e avversari, ben d’accordo con lui quando dispensava le regole perdute della grammatica e della sintassi del potere, sforzandosi di sottolineare che «la politica è una scienza esatta, c’è un rapporto preciso di causa ed effetto». Senza dimenticare le massime distribuite per archiviare la febbre di Mani Pulite e rubricarla come «Il grande inganno», titolo del suo libro del 2022, denso di apprezzamenti per Mario Draghi.
Il fatto era che gli appariva tristemente drammatica l’immagine di una classe priva di visione e dominata dall’ignoranza: «Siamo l’unico Paese che ha cancellato ogni cultura politica, con partiti personali dai nomi fantasiosi senza passato né esperienza. Risultato: zero elaborazione». E pronunciava la sua malinconica reprimenda da un approdo di acquisita serenità- «la regola è non aver risentimento alcuno. Come dissi anche ad Antonio Di Pietro: non odiare è la chiave di ogni felicità» –, evidentemente dovuta anche alla consapevolezza di aver attraversato esperienze straordinarie, a un passo dalla morte.
I PROBLEMI DI SALUTE
Un primo infarto nel 1979 e l’intervento al cuore a Houston. Un’altra crisi grave con Di Pietro che, convocato dalla figlia, si precipitò al capezzale per recitare l’orazione funebre, dopo essere stato il suo grande accusatore al processo Enimont a Milano per continuare poi a sentirsi chiamare «ignorante e mascalzone». Per Paolo Cirino Pomicino, intanto un nuovo attacco e un trapianto di cuore a Pavia, dove vide morire il suo compagno di camera Giorgio Tosatti, il giornalista. Ancora, il trapianto di rene e l’insorgere fatale delle «questioni endocrine, metaboliche, un malvagio ipotiroidismo», dettando la sua autodiagnosi. A corredo, i due matrimoni, le due figlie Claudia e Ilaria, le seconde nozze il 12 aprile 2014 con Lucia Marotta, 26 anni più giovane di lui, amica di Ilaria.
DAL CARDARELLI ALLA CAMERA
Era il quinto dei sette figli di Salvatore Cirino e Clara, una famiglia della media borghesia napoletana residente a Piazza Cavour. Uno dei fratelli, Bruno Cirino, l’attore di «Diario di un maestro», di «Rocco Scotellaro» di «Marat-Sade», aveva maturato sua solida militanza del Pci. Il nonno materno, medico, era stato deputato giolittiano. Lui entrò in politica da neurochirurgo e neurologo all’ospedale Cardarelli di Napoli: l’impegno sindacale e nel 1970 un seggio da consigliere comunale di Napoli con la Dc. Gli anni ’70 e ’80 lo proiettarono a Roma. Eletto alla Camera dei Deputati in diverse legislature, dal 1983 al 1988 ricoprì la presidenza della Commissione Bilancio della Camera e successivamente divenne ministro della Funzione Pubblica nel governo di Ciriaco De Mita e ministro del Bilancio negli esecutivi di Giulio Andreotti dal 1989 al1992.
Furono gli anni de ‘o ministro. Dei finanziamenti per Napoli erogati e comunicati con specifico telegramma. «Non si ha idea di quanti soldi abbia portato io a Napoli, ma per cose concrete: Metropolitana, Centro direzionale e altro». Lo sportello Pomicino? «Cavolate. Semplicemente accoglievo alcune poste di bilancio richieste dalle opposizioni, a cominciare da quella comunista, senza modificare i saldi». Anche allargando la voragine del debito pubblico? «L’esatto contrario. Nel 1991 il debito pubblico era di 839 miliardi, prima della pandemia era schizzato a 2400 miliardi. Nel frattempo ci siamo pure impoveriti».
Strettamente legato a Giulio Andreotti, Paolo Cirino Pomicino respingeva le descrizioni che di quell’ambiente aveva tratteggiato Paolo Sorrentino ne «Il divo»: «I balli scatenati di Carlo Buccirosso, che nel film interpreta il sottoscritto, non ci sono mai stati. Anche se io amo le feste e amo ballare». Rievocava la scena dell’ottobre del ’92, quando aveva riunito a casa sua il cosiddetto «gabinetto democristiano», Andreotti, Arnaldo Forlani, Mino Martinazzoli, Antonio Gava e De Mita e spiegò che «dopo sei mesi la Dc non ci sarebbe stata più».
LE ULTIME SFIDE
Nel 2004 lui si candidò con i Popolari Udeur alle elezioni europee e fu eletto. Tornò alla Camera nel 2006 e lasciò il Parlamento europeo per tornare alla politica nazionale, presiedendo il gruppo parlamentare Dc-Psi. Dopo il nuovo trapianto di cuore nel 2007 non venne ricandidato nel 2008. Successivamente, aderì all’Unione di Centro e, nel 2018, partecipò al lancio di Noi con l’Italia–Udc. Del 2019 è l’annuncio del suo supporto al Pd ma si convinse che «il riassetto del sistema politico può nascere soltanto con la scissione», credeva fermamente nel centro, aderì a L’Italia è Popolare e comunque non disdegnò un endorsement per la Lega. Inquieto, passionale, intelligente, furbo, diabolico e angelico. Come la Prima Repubblica, cioè.