Morto Pomicino, Clemente Mastella: «Paolo, fantasia al potere, era un vero napoletano»
Il Mattino

Morto Pomicino, Clemente Mastella: «Paolo, fantasia al potere, era un vero napoletano»

Domenica 22 marzo 2026
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Per sigillare il ricordo del suo antico amico Paolo Cirino Pomicino in una definizione, Clemente Mastella recupera uno slogan del maggio ?68: «La fantasia al potere»....

Per sigillare il ricordo del suo antico amico Paolo Cirino Pomicino in una definizione, Clemente Mastella recupera uno slogan del maggio ’68: «La fantasia al potere». «Proprio così – spiega Mastella – Paolo era capace di coniugare la sua acutissima intelligenza alle infinite doti di fantasia che possedeva, capace come pochi di esibire il guizzo creativo che in politica fa la differenza. In questo modo riusciva a sbrogliare anche i nodi più attorcigliati con eccezionale abilità, addirittura con disinvoltura. Doveva venirgli dal suo essere profondamente napoletano. O magari dal suo essere profondamente democristiano».

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Clemente Mastella, oggi sindaco di Benevento, già ministro della Giustizia e del Lavoro, parlamentare nazionale ed europeo, ha condiviso con Paolo Cirino Pomicino lunghissimi tratti di percorso dalla Dc all’Udeur. È stato tra i primissimi a sapere della sua morte, comunicatagli dalla moglie Lucia Marotta. Ne è scosso: «Piango un amico. Se la morte di Umberto Bossi mi aveva commosso, oggi non posso trattenere le lacrime».

Mastella, da quando vi conoscevate?

«Dal 1976, credo che allora ci siamo incontrati per la prima volta. Da quel momento, pur su versanti spesso opposti nella Dc, io con Ciriaco De Mita e lui prima con Enzo Scotti e poi con Giulio Andreotti, ci siamo sempre frequentati nel Parlamento italiano e in quello Europeo, avevamo costruito uno splendido rapporto. Non dico questo ora che Paolo non c’è più: davvero abbiamo stretto una relazione di amicizia autentica».

Alimentata dalla comune passione per la politica.

«Certo. Anche i nostri incontri più recenti hanno avuto per tema la politica. Vuol sapere di che cosa abbiamo parlato l’ultima volta?»

Di quali argomenti?

«Del referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati e della scelta che avevamo operato. Entrambi per il no, nonostante le vicende giudiziarie che ci avevano riguardato. Ne avevamo discusso pure con qualche accenno ironico e lui aveva partecipato con la sua solita incredibile vitalità».

Avevate scambiato pareri pure sulla scelta di segno opposto annunciata da Antonio Di Pietro, il suo grande accusatore nell’inchiesta Mani pulite?

«Sì, ne avevamo accennato. Peraltro, ricordo bene quanto successe all’ospedale di Pavia, dove Paolo era ricoverato una trentina di anni fa».

Quando Antonio Di Pietro andò a trovarlo rispondendo a un preciso desiderio che lui, temendo di morire dopo un infarto, aveva espresso?

«C’ero anch’io in quella stanza e tra i due ci fu un confronto ad alta intensità emotiva. No so se Paolo confessò Di Pietro o viceversa. Lui lo aveva chiamato, consapevole di morire, e gli strappò la promessa: “Tonino, in Chiesa parlerai tu”. Di Pietro rispose: “Lo farò e dirò che sei una persona perbene”. Ma non ci fu bisogno di nessun elogio funebre perché Paolo si riprese».

Memorabile la loro lite in diretta tv...

«...il “Farabutto” gridato a Di Pietro. Il fatto è che Paolo non si è mai arreso alla fine della cosiddetta Prima Repubblica e si è sempre difeso dalle accuse rivolte dai giudici di Mani Pulite. Si arrabbiava e replicava con foga accesissima. Così come non aveva sopportato la rappresentazione della sua figura con toni parodistici e caricaturali».

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Per esempio?

«Diciamo che era rimasto molto male per l’immagine che ne aveva dato Paolo Sorrentino nel film “Il Divo”. Lui più di Andreotti, il quale pure era il protagonista. Il ritratto gli sembrava insopportabilmente macchiettistico, non tollerava l’accentuazione del suo profilo meridionale e specificamente napoletano come un tratto offensivo».

Di Andreotti era stato grande collaboratore. Come lei con Ciriaco De Mita. In realtà che rapporto aveva con lui? Diffidenza e ostilità come si è detto?

«C’era il riconoscimento reciproco dell’intelligenza. Nella Dc si poteva stare su fronti opposti e conflittuali, però il rispetto di fondo costituiva il collante dell’unità del partito. Ciriaco Pomicino e De Mita potevano essere in contrasto ma in fondo si stimavano ed erano consapevoli delle loro capacità. E delle competenze: non dimentichiamo che Paolo, grande medico, ne aveva maturato pure nel campo dell’economia, agendo con assoluta competenza in anni complicati e difficili per il Paese. Aveva dimostrato di saper tradurre in termini politici intuizioni di carattere economico importanti. Questa, nonostante ciò che si dice, è stata la caratteristica dell’intera classe dirigente della Dc».

Paolo Cirino Pomicino l’ha impersonata in pieno?

«Lui è stato un democristiano autentico. Uno dei maggiori interpreti di una stagione politica che ha contribuito a rifare l’Italia. Di cui oggi non possiamo non avere un grande ricordo e un’infinita nostalgia. Noi abbiamo difeso, protetto e tutelato la storia gloriosa della Dc contro gli strali ingenerosi di chi la considerava un fossile della storia. Senza nostalgie anacronistiche, ma con fierezza».

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