Domenico Caliendo, pm a caccia del ?cuore artificiale?: perché non fu usato?
Chiedono di fare ulteriori verifiche. Chiedono di fare chiarezza su scelte e strategie adottate immediatamente dopo il trapianto del cuore ghiacciato. Più nello specifico, vogliono fare...
Chiedono di fare ulteriori verifiche. Chiedono di fare chiarezza su scelte e strategie adottate immediatamente dopo il trapianto del cuore ghiacciato. Più nello specifico, vogliono fare luce su cosa accade quel pomeriggio del 23 dicembre scorso, all’interno della sala operatoria del Monaldi, di fronte a quel cuore giunto da Bolzano e completamente privo di segni di vita.
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Domanda: esisteva al Monaldi il cosiddetto Berlin Heart? E se esisteva per quale motivo non è stato utilizzato? Quali ragioni scientifiche (o strategiche) hanno spinto ad attaccare la vita di un piccolo paziente all’Hcmo, a un macchinario, piuttosto che usare il cuore artificale?
GLI INTERROGATIVI
È questo l’ultimo quesito investigativo sulla morte di Domenico Caliendo, nel tentativo di fare luce anche sulle scelte successive al trapianto. La Procura non si ferma, procede spedito il lavoro dei pm che vogliono avere un quadro chiaro e completo degli scenari che hanno portato a far fallire un trapianto e a far morire un bambino per le conseguenze dell’intervento.
È un aspetto, quello legato alla presenza del Berlin Heart al Monaldi, che è stato citato da alcuni esperti nel corso del dibattito alimentato dal caso del “guerriero” di Nola e della sua tragica fine. Quanto basta a spingere gli inquirenti a sgomberare il campo da possibili equivoci o punti inevasi. Inchiesta condotta dal pm Giuseppe Tittaferrante e dal procuratore aggiunto Antonio Ricci, c’è una delega ad hoc ai carabinieri del Nas (agli ordini del comandante Alessandro Cisternino) che punta a fare chiarezza sulla gestione del post intervento.
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Ma che cos’è il Berlin Heart? Si tratta di un dispositivo di assistenza ventricolare (VAD) paracorporeo, utilizzato come cuore artificiale temporaneo per pazienti con insufficienza cardiaca grave, spesso come “ponte” al trapianto, consentendo infatti di guadagnare tempo prezioso in attesa di un trapianto cardiaco o mentre il loro cuore si riprende da un grave evento. E dunque stiamo parlando proprio del caso del piccolo Domenico.
GLI APPROFONDIMENTI
Ed è stato lo stesso giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Napoli, Mariano Sorrentino - dinanzi al quale è in corso l’incidente probatorio (che si celebrerà l’11 settembre prossimo) per verificare il lavoro svolto al Monaldi - a suggerire l’importanza di valutare le scelte adottate subito dopo il trapianto. Perché l’ECMO e non il Berlin Heart? Perché il macchinario esterno e non il cuore artificiale, anche al netto della consapevolezza dei rischi per la salute del paziente da un uso prolungato dell’attrezzatura esterna? Domande che vanno assunte in modo neutro, alla luce della complessità dell’intervento svolto a Napoli, ma anche della riconosciuta competenza professionale che va comunque tributata a chi era componente della unità trapiantologica pediatrica del Monaldi.
Appare superflua a questo punto una premessa: le indagini in corso non intendono esprimere un giudizio sulle capacità tecniche di medici e chirurghi, ma puntano a capire se c’è stata imperizia nell’uso di strumentazioni a disposizione in ospedale. È una vicenda che fa il paio con la questione dei Paragonix, vale a dire i contenitori termici di ultima generazione (con tanto di timer e alarm a vista) che avrebbero consentito un trasporto sicuro del cuore donato a Bolzano. Sono le varie facce dello stesso dramma.
Perché in questa tragedia che si è consumata - dopo 60 giorni di lunga agonia - con la morte del bimbo di Nola al Monaldi il 21 febbraio scorso bisogna distinguere bene tre momenti: il “prima”, il “durante” e il “dopo”. Come è noto, la vicenda del piccolo Domenico Caliendo inizia già malissimo nel momento in cui l’equipe dei due medici napoletani arrivano nell’ospedale San Maurizio di Bolzano. È la storia del ghiaccio secco, che viene richiamata anche da uno dei testi chiave di questa inchiesta; al ritorno al Monaldi ci si accorse che l’organo espiantato ad un bambino donatore era stato praticamente reso inservibile dal ghiaccio secco inserito, peraltro, in una borsa da trasporto non rispondente ai nuovi protocolli.
Ma nel frattempo il chirurgo che aveva in carico l’intervento aveva già aperto il torace del piccolo paziente e clampata l’aorta (atto che dà inizio al trapianto), espiantando il cuoricino malato. E qui si ritorna ai nuovi questi posti dai magistrati: perché quella scelta, perché nessuno prese in considerazione l’ipotesi del Berlin Heart, preferendo la soluzione dell’utilizzo dell’ECMO?