Truffe, imprese fantasma per ingannare gli anziani: «In campo il clan Contini»
Follow the money, citando il metodo investigativo messo a punto da Giovanni Falcone, per colpire le mafie dritto al cuore. La camorra 2.0 cambia però passo e modus operandi. Meno piombo,...
Follow the money, citando il metodo investigativo messo a punto da Giovanni Falcone, per colpire le mafie dritto al cuore. La camorra 2.0 cambia però passo e modus operandi. Meno piombo, più business. E, soprattutto, un fiume di denaro virtuale e trasferibile in un click. Pochi giorni fa i riflettori che la Dda di Napoli ha acceso sul clan Mazzarella - colpito con dodici arresti - hanno svelato un colossale giro di affari maturato grazie a un sofisticato sistema di truffe bancarie. Numeri telefonici schermati, email di istituti bancari clonate e una cosca capace di incassare fino a 400mila euro al giorno. Sul nuovo affare ha però allungato i tentacoli anche il clan Contini, storici rivali dei Mazzarella, al centro di un’inchiesta che proprio in questi giorni sta muovendo i primi passi.
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IL MODUS OPERANDI
La cosca avrebbe adottato un inedito escamotage: l’uso di conti aziendali e una rete di insospettabili prestanome per sviare le indagini. Il retroscena emerge tra le pieghe del decreto di fermo che ha portato alla cattura del reggente Roberto Murano, considerato dagli inquirenti uno degli affiliati di punta al clan Contini e, soprattutto, uno degli uomini di massima fiducia del boss Nicola Rullo. Tra le contestazioni che il pool investigativo coordinato dai sostituti procuratori Alessandra Converso e Daniela Varone e dall’aggiunto Sergio Amato muove a Murano c’è anche quella di essere il punto cardine «di una frenetica attività truffaldina».
Le indagini - ancora in corso - condotte nell’ultimo anno dalla Squadra mobile diretta da Mario Grassia avrebbero infatti dimostrato che il ras sarebbe «stato a capo di un’organizzazione dedita alle truffe telefoniche e telematiche, i cui proventi venivano poi riversati su conti correnti, aziendali o personali, intestati a terzi soggetti compiacenti e in seguito prelevati dall’organizzazione». Un sistema di vasi comunicanti, che avrebbe consentito al clan Contini di movimentare un tesoro virtuale. I termini dell’affare sono già stati ricostruiti con una certa precisione: «Gli intestatari prestanome - si legge nel decreto - intascavano un corrispettivo pari al 40 per cento dei proventi del reato, mentre il restante 60 per cento veniva ripartito tra i sei componenti dell’organizzazione». Specialisti nei raggiri online, ad oggi individuati, oltre che nel capo promotore Roberto Murano, nei due figli, nel genero e in due “tecnici” che avrebbero curato l’aspetto esecutivo: hacker, già coinvolti in altre inchieste per truffe informatiche, che avrebbero messo le proprie competenze al servizio del “sistema”.
I VERBALI
È il 5 maggio scorso quando Murano e uno dei figli, ignari di essere intercettati, citano uno dei “consulenti”, aprendo uno squarcio sul nuovo business: «Claudio mi ha detto “Roberto, mi gioco tutto quello che vuoi, il conto aziendale non può mai bloccare i soldi”». Pochi giorni dopo, però, qualcosa va storto. Uno dei protagonisti sposta una cifra blu, quasi 96mila euro, e il conto viene bloccato: «L’antifrode è intervenuta - spiegava Murano jr - e ora vorrà sapere questi soldi da dove provengono. È stata fatta una denuncia». Agli atti dell’inchiesta non mancano però alcuni gravi episodi di violenza. Uno dei quali è ora al centro di un processo che proprio in questi giorni sta approdando alle battute finali. Una vicenda che risale al settembre 2024, quando il gruppo del boss Rullo sequestra un giovane imprenditore per ottenere la restituzione di 360mila euro. I pm, sulla scorta delle nuove intercettazioni depositate venerdì, ipotizzano che il clan avrebbe provato a condizionare il processo, aggravando la posizione di uno degli imputati, Giuseppe Moffa, e scagionando Ciro Carrino, genero del ras, e Gabriele Esposito. Da alcuni dialoghi intercettati sembra però emergere anche un’altra lettura. Nel corso di una conversazione tra Murano e il nipote del capoclan detenuto Patrizio Bosti, i due affermano che l’“accordo” «era quello di dire tutta la verità» per scagionare Esposito, che sarebbe andato «lì solo per salutare Nicola» e che «lo stava aspettando in strada», senza entrare nella casa in cui era in corso il rapimento. Moffa, secondo i due, «non vuole dire la verità». Processi e indagini vanno avanti. Sullo sfondo, una camorra sempre più silenziosa e digitale.