Stefano Besseghini: «Opportunità per l?Italia, nella sfida energetica Mediterraneo al centro»
Il Mattino

Stefano Besseghini: «Opportunità per l?Italia, nella sfida energetica Mediterraneo al centro»

Lunedì 23 marzo 2026
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È nel Mediterraneo che l’Italia e l’Europa giocheranno la partita decisiva sul fronte dell’energia. E, in questo scenario, il Mezzogiorno, svolgerà un ruolo di assoluto rilievo. Con un effetto non secondario: con il nuovo meccanismo dei prezzi “zonali”, l’energia nel Sud costerà di meno. E, questo, potrà attrarre nuove imprese. Parola di Stefano Besseghini, ex presidente di Arera, l’authority che vigila sull’energia e grande esperto del settore.

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È preoccupato dell’escalation del conflitto in Iran?

«C’è molta preoccupazione, soprattutto da quando sono finite sotto attacco le infrastrutture energetiche. Il rischio non riguarda solo il fabbisogno diretto dell’Italia o dell’Europa, ma anche l’effetto che si potrebbe produrre sui mercati globali. Una quota molto significativa delle esportazioni è destinata al Far East, alla Cina, al Giappone. Se quei flussi si riducessero paesi che normalmente non competono con noi entrerebbero sulle stesse rotte di approvvigionamento».

Ha fatto bene il governo a tagliare le accise sui carburanti?

«Sono provvedimenti che servono a sostenere la domanda. Il punto è capire se riescono a farlo in modo selettivo. L’ideale sarebbe stato aiutare solo chi ha davvero bisogno. Per fare un esempio, chi deve fare il pieno di una Ferrari molto probabilmente neanche si accorge del taglio dei 25 centesimi. Tutt’altro discorso per un pendolare che deve usare l’auto tutti i giorni per lavorare».

Non teme l’effetto del caro-carburanti sull’inflazione?

«Sì, ma va letto correttamente. L’impatto dei costi energetici sull’inflazione generale non è immediato: ha una sua inerzia naturale. Lo abbiamo già visto nel 2022, quando l’inflazione complessiva è cresciuta con un ritardo di alcuni mesi rispetto all’impennata dei prezzi energetici. Questo significa che esiste una finestra temporale in cui si può intervenire e sperare che la crisi si riassorba. Naturalmente la speranza, da sola, non è una strategia, ma è bene ricordare che potremmo trovarci di fronte a una crisi temporanea».

La sfida resta quella dell’indipendenza energetica. Quanto è centrale il Mediterraneo per l’Italia e per l’Europa?

«È lo spazio in cui l’Italia deve giocare una partita di rilevanza strategica. Ho sempre detto che l’Europa non è tutta Mediterraneo, ma l’Europa ha bisogno di tutto il Mediterraneo, qui si concentra una parte enorme delle dinamiche economiche ed energetiche globali, e noi dobbiamo essere protagonisti. C’è poi un secondo aspetto: questa crisi dovrebbe spingerci a utilizzare davvero tutte le risorse domestiche di cui disponiamo. Le inerzie che abbiamo avuto negli anni - nello sviluppo dell’estrazione del nostro gas, nella promozione del biometano, nella crescita delle rinnovabili - oggi non sono più sostenibili».

Ma non teme che gli attuali conflitti possano frenare gli investimenti nel Mediterraneo?

«Non credo. Paradossalmente, anche uno scenario molto critico potrebbe rafforzare quest’area. Se alcuni canali di approvvigionamento si interrompessero, è probabile che si svilupperebbero percorsi alternativi, anche terrestri, che finirebbero comunque per gravitare sul Mediterraneo. E in più si tornerebbe a valorizzare ciò che il Mediterraneo stesso può offrire. Penso, ad esempio, alle recenti scoperte annunciate da Eni al largo della Libia: stiamo parlando di potenziali significativi. Ma penso anche all’Italia. Noi abbiamo avuto una fase in cui producevamo circa 10 miliardi di metri cubi di gas all’anno, cioè una quota importante del nostro fabbisogno. Oggi siamo scesi a 2,5-3 miliardi. Abbiamo smesso di coltivare quella risorsa quando il gas russo, molto economico, rendeva meno interessante la produzione nazionale. Oggi il mercato è cambiato: il gas liquefattto ha un costo industriale e anche ambientale molto maggiore».

E il Mezzogiorno?

«Ha la sua grande occasione. Ci sono grandi progetti di interconnessione, che migliorano la nostra capacità di essere agganciati ai flussi energetici: il Tyrrhenian Link, l’Adriatic Link, il rafforzamento del trasporto del gas dal Sud verso il Nord. Ma c’è un altro capitolo decisivo: quello degli accumuli. La produzione da rinnovabili cresce molto e in alcune ore della giornata produce più di quanto il sistema riesca ad assorbire. Per questo gli accumuli diventano centrali».

Sta pensando alla diga di Campolattaro, nel Sannio?

«Anche a quella, sì. Se si realizzassero questi progetti, si darebbe una risposta non solo al tema energetico ma anche a quello idrico, perché il pompaggio consente di governare i flussi dell’acqua e di migliorarne la gestione. Inoltre c’è un vantaggio territoriale: sono opere che aiutano a presidiare il territorio, a contrastare il dissesto idrogeologico, a svolgere una funzione di manutenzione ambientale».

D’accordo, ma che cosa può guadagnare il Mezzogiorno a diventare il motore della transizione energetica italiana?

«C’è molto da guadagnare e non solo sul piano energetico. Questi investimenti generano economia nei territori. Un elemento importante è il superamento del prezzo unico nazionale dell’energia elettrica. Con la progressiva affermazione dei prezzi zonali, la maggiore penetrazione delle rinnovabili nel Sud si tradurrà in prezzi dell’energia più bassi in quelle aree rispetto ad altre parti del Paese. E questo può diventare un fattore di attrazione industriale e, quindi, di sviluppo».

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