Morto Cirino Pomicino, Giulio Di Donato: «Io e Paolo ?vicerè?? C?era visione comune»
Il Mattino

Morto Cirino Pomicino, Giulio Di Donato: «Io e Paolo ?vicerè?? C?era visione comune»

Lunedì 23 marzo 2026
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La camera ardente a Montecitorio per Paolo Cirino Pomicino, l?ex leader della Dc ed ex ministro scomparso a 86 anni, sarà allestita oggi dalle 10.30 alle 19, nella sala Aldo Moro. I...

La camera ardente a Montecitorio per Paolo Cirino Pomicino, l’ex leader della Dc ed ex ministro scomparso a 86 anni, sarà allestita oggi dalle 10.30 alle 19, nella sala Aldo Moro. I funerali si terranno domani, alle 13,30, nella Basilica del Sacro Cuore Immacolato di Maria a Roma. Ci sarà anche Giulio Di Donato, ex deputato ed ex vicesegretario nazionale del Psi guidato da Bettino Craxi.

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Quando ha sentito l’ultima volta Pomicino?

«Una decina di giorni fa. Era ricoverato, stava male. Affrontava il tentativo disperato di farcela ancora una volta. Combatteva, come aveva dovuto fare per una gran parte della sua vita. Purtroppo questa volta non ce l’ha fatta».

Pomicino è stato un combattente nell’affrontare le sofferenze fisiche ma lo è stato anche in politica.

«Paolo era vulcanico, simpatico, competente, convincente. Impersonava la politica come passione, come applicazione del “dover essere” e del “dover fare”, come visione di lungo respiro, moderna, come creazione e realizzazione. E poi, certo, anche come mestiere, come abilità manovriera, ed in qualche modo esercizio di cinismo e di disinvoltura. Era un amico di cui piango la scomparsa».

Si era ritagliato un ruolo anche nella Seconda Repubblica.

«Sicuramente. Era molto attivo, le sue analisi erano sempre intelligenti e attuali. Non ha mai rinnegato il passato ma aveva la capacità di stare nel presente e di saper guardare al futuro».

Nei suoi colloqui con lei come immaginava il futuro?

«Il suo pallino, anzi il nostro pallino, era la difesa dei partiti, e soprattutto era la difesa delle due grandi culture politiche, il popolarismo cattolico e il liberalismo socialista, ovvero i due grandi filoni che hanno consentito all’Italia di crescere e di affermarsi come Paese moderno e tra i più industrializzati d’Europa. Ecco, Paolo fino all’ultimo si è battuto per la riproposizione di queste due culture».

Pomicino democristiano, lei socialista. Come era la convivenza?

«Paolo in passato è stato un avversario temibile sul piano politico. Insieme a Enzo Scotti era l’immagine di una Dc dinamica, moderna, che spesso entrava in collisione con la crescita e l’espansione del partito socialista che con Craxi si era liberato dalla subalternità al Pci. C’era tra Dc e Psi, e anche tra me e Paolo, un rapporto di collaborazione e competizione, giocato sul filo della correttezza, della stima reciproca e del rispetto delle diverse posizioni politiche».

Lei, Pomicino e il liberale Francesco De Lorenzo foste definiti i vicerè di Napoli, con una accezione in verità negativa...

«Fu una semplificazione giornalistica e la definizione faceva anche un po’ sorridere».

Ma è vero che a Napoli non si muovesse foglia senza il vostro consenso?

«Il nostro fu un tentativo, direi anche molto riuscito, di convergere sulle idee di sviluppo della città mantenendo ognuno le proprie identità. C’era una visione di città. In quegli anni furono progettate e nacquero grandi opere, la tangenziale, il centro direzionale, la seconda università, la metropolitana, i grandi piani di edilizia popolare, le infrastrutture viarie come l’Asse Mediano senza le quali oggi l’area metropolitana sarebbe paralizzata».

C’era una politica che contava di più o una classe dirigente che faceva contare la politica?

«La politica contava anche per la qualità personale di molti protagonisti di allora, e spesso contava anche troppo. Ma certo, se non ci fosse stata tangentopoli, difficilmente ci avrebbero portato via il Banco di Napoli e il patrimonio residenziale del Risanamento e non ci sarebbe stata la deindustrializzazione. E anche Bagnoli avrebbe avuto un destino diverso. La giunta di Nello Polese nel 1992 presentò un ambizioso piano di riqualificazione assolutamente realizzabile e compatibile con le esigenze della città. Ma quel piano fu poi cancellato dal furore ideologico di Bassolino e Vezio De Lucia».

Tangentopoli però ci fu...

«Quegli anni sono stati ingiustamente criminalizzati. Il finanziamento illecito riguardava l’intero sistema politico, compreso il Pci. Ma nel 1992 si scatenò una caccia ai socialisti e anche a una parte ben precisa della Dc. I partiti andavano certamente rinnovati ma non cancellati».

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