La morte di Gino Paoli, e la canzone d?amore scivolò sotto le lenzuola
«Mi sentivo un pittore, ero convinto che lo sarei rimasto per tutta la vita. Ma Gianfranco Reverberi lavorava alla Ricordi e, in preda a una fortissima nostalgia, chiamava tutti gli amici...
«Mi sentivo un pittore, ero convinto che lo sarei rimasto per tutta la vita. Ma Gianfranco Reverberi lavorava alla Ricordi e, in preda a una fortissima nostalgia, chiamava tutti gli amici genovesi a Milano con la scusa di farli cantare. Così arrivò Luigi Tenco, così arrivai io: non sapevo cantare, ma pagavano ottomila lire a pezzo e di solito se ne incidevano quattro per disco: 32.000 lire erano molto più di quello che guadagnavo alla Sigla Effe, un'agenzia di grafica pubblicitaria di Genova. Cantavo le canzoni che mi passavano, poi un giorno ne buttai giù una tutta mia», ricordava Gino Paoli che se n’è andato ieri. Correva l'anno 1960 e lui per mestiere faceva il disegnatore, il bozzettista. Quel pezzo era «La gatta», che all'epoca risultò firmata da Mogol e Bacalov. «Non ero iscritto alla Siae e, come si usava, si risolse tutto con due prestanomi: Mogol e Bacalov lavoravano alla Ricordi ed erano a portata di mano».
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Era una canzone «più che autobiografica: con mia moglie avevo appena lasciato la mansarda di Boccadasse, in via Capo di Santa Chiara 12, in cui vivevamo. Una stamberga umida, calda d'estate e fredda d'inverno. Con i primi soldi dei dischi ero andato a vivere in una casa vera e propria, dicendo addio a quella soffitta in cui vivevo circondato dai gatti, dai libri di Celine e Faulkner, dai dischi di Brassens e Ferre, da amici. La mia vita era cambiata, “La gatta” era un bozzetto in cui raccontavo tutto questo».
Un bozzetto entrato nella storia della canzone italiana: un incedere da recitar cantando, una melodia scarna accennata sotto forma di ballata. Un debutto fulminante: «Per fortuna che c'era Nanni Ricordi che credeva in me: senza la sua passione la canzone d'autore italiana sarebbe molto più povera. A fine stagione avevamo venduto la bellezza di 119 copie, ma lui m’incitò a non abbattermi. E a fine stagione tutti cantavano quel brano».
È una vita spericolata quella dell’uomo nato a Monfalcone il 23 settembre 1934 e passato tra i fondatori della scuola genovese: con Bruno Lauzi, che era di Asmara; con Luigi Tenco, che era di Ricaldone; con Sergio Endrigo che era di Pola; e con i veri liguri Fabrizio De André e Umberto Bindi. Tutti suoi amici. Due anni dopo «La gatta» il pittore divenne cantautore a tutti gli effetti: «In una serata da cantante guadagnavo quanto in un mese da grafico».
Ma non aveva deciso ancora cosa avrebbe fatto da grande: «Anche se forse ho imparato a cantare, nel 1960 davvero non lo sapevo fare. Domani potrei cambiare mestiere, fare qualsiasi altra cosa. La mia infanzia mi ha abituato alla precarietà, alla mancanza di certezze. Chi è stato bambino sotto le bombe della guerra può capirmi bene. Per ora canto, mi piace ancora», mi raccontò l’uomo che ci ha fatto la grazia di capolavori come «Sassi», «Sapore di sale», e, soprattutto di «Senza fine» e «Il cielo in una stanza» (lanciata da Mina), due autentici evergreen, capolavori della migliore canzone d’autore italiana, quella capace di raccontare l’amore, anzi di istigare all’amore sull’onda di una cantabilità leggera eppure esistenzialista, lontana anni luce dalle overdosi melodrammatiche che dettavano legge negli anni in cui Paoli fece la sua rivoluzione canora, infilando le coppie dove stavano da sempre: sotto le lenzuola. Fino a quel punto parlare d’amore voleva infatti dire tacere del sesso, «Il cielo in una stanza» fu il primo amplesso dichiarato della canzone di casa nostra, o forse il secondo, se si dà retta alla lettura erotica di «Volare». Melodie semplici, versi ispirati ed eleganti, che lui intonava con la consapevolezza di chi con ogni parola confessa di aver vissuto e di non essersene pentito per niente.
Ma grande non lo è voluto mai diventare, «Matto come un gatto», suggerirà un album del 1991, quello che lo riportò al grande successo con un pezzo come «Quattro amici», che si regalava anche una coda vascorossiana. Dopo il suicidio dell’amico-rivale in amore Tenco nel 1967 si era perso, si era fatto ristoratore, aveva iniziato ad abusare di alcol e droghe, ma aveva pure tradotto magnificamente Serrat («I semafori rossi non sono dio», del 1974, con «Mediterraneo» e «Il manichino») e cantato magnificamente Piero Ciampi («Ha tutte le carte in regola», 1980).
Dopo la prima moglie Anna Fabbri, dopo Ornella Vanoni - nati un giorno dopo l’altro, li ricordiamo ancora, e per sempre, insieme sul palco, in un gioco «Senza fine», come la canzone che lui aveva scritto per lei - e dopo Stefania Sandrelli e dopo quella pallottola mai arrivata al cuore, aveva incontrato Paola Penzo, seconda moglie e al suo fianco fino a ieri, giovanissima e capace di ridargli smalto, motivazione, insieme ad un manipolo di collaboratori napoletani. «Una lunga storia d’amore» consacrò la nuova stagione di successo, con brani come «Averti addosso», «Ti lascio una canzone», «Questione di sopravvivenza», «Cosa farò da grande»...
Gli ultimi anni lo hanno visto fare coppia quasi fissa con Danilo Rea, rileggere con lui, sulle punta delle dita un po’ di jazz, ma non troppo, il proprio canzoniere, gli amici cantautori, le melodie napoletane («Napoli con amore»), l’amato repertorio francese («3»).
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Anarchico individualista, colto, bastian contrario, ha cantato l’amore senza le banalità delle canzoni d’amore, è stato un caposcuola assoluto nel rinnovamento della canzone italiana, spinta verso canoni di lirismo realista. Ci ha spalancato il cielo in una stanza e le stanze del cielo del sesso, ci ha fatto giocare con sassi che il mare ha levigato senza poter consumare le sue parole, con amori senza fine anche quando sono finiti, ci ha descritti come quegli innamorati che sono sempre soli. Senza di lui anche di più.
Ciao Gino, ciao. E grazie di tutto.