Morto Giuseppe Savoldi, Beppe re del gol: la favola azzurra
Il Mattino

Morto Giuseppe Savoldi, Beppe re del gol: la favola azzurra

Venerdì 27 marzo 2026
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L?ombra luminosa dello scandalo. Quattro anni di lampi senza pioggia per due miliardi. La cifra dello scandalo, la sua marcatura più stretta, dalla quale non si è mai liberato...

L’ombra luminosa dello scandalo. Quattro anni di lampi senza pioggia per due miliardi. La cifra dello scandalo, la sua marcatura più stretta, dalla quale non si è mai liberato né si libererà mai, nemmeno ora da morto. Beppe Savoldi anticipò il tempo che lo marcava, e fu per Napoli un’accelerazione fortissima: “L’albero degli zoccoli” di Ermanno Olmi che si innestava nel capitalismo già sfrenato di Corrado Ferlaino. Era l’estate del 1975 e l’Italia non aveva ancora perso la sua ingenuità. Napoli era fresca di colera, appena vaccinata senza un lamento, con un compromesso storico in nome della salute pubblica.

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Pier Paolo Pasolini sarebbe morto tre mesi dopo, il presidente Aldo Moro aveva ancora tre anni per disegnare convergenze parallele, Napoli si staccava e saltava con Savoldi, che prima di essere un attaccante, il bomber che doveva spostare l’orizzonte, fu uno scandalo. La sua vita è tutta in quella estate, quando spostarsi da Nord a Sud, da Bologna a Napoli, era davvero un salto temporale, con l’Italia che era tutta una provincia e pure Savoldi alla fine era un provinciale come Giorgio Bocca e Federico Fellini. Avrà solo tre maglie: l’Atalanta, il Bologna e il Napoli, giocando da attaccante assoluto: baffi e riccioli da Breitner, e il pallone che al massimo gli rimbalza davanti in area di rigore una volta sola, la seconda sta in porta, alle spalle del portiere.

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A Napoli segnò settantasette gol, e non bastarono per lo scudetto. Come gli rimproveravano “I Sadici Piangenti” in uno sketch radiofonico in cui San Gennaro se ne lamentava con Dio: «Due miliardi per una Coppa Italia». Sei anni dopo Massimo Troisi, al contrario, invocava il ritorno di Savoldi. C’erano due Napoli anche su Savoldi. Ma fu una sola quella che venne processata perché spendeva due miliardi per un calciatore. Lui aveva un corpo d’origine contadina e una faccia da figlio dei fiori. Portava addosso la contraddizione che avrebbe generato. C’era ancora l’imbarazzo per i soldi. Si creò una questione morale per lo sfondamento del miliardo, non uno ma due, anche se suddivisi in soldi e cartellini: 1.440 milioni di lire più il cartellino dell’attaccante Sergio Clerici (che meriterebbe un romanzo a parte: come calciatore di scorta, perché era la seconda volta che entrava in una cessione di Savoldi, la prima nel passaggio dall’Atalanta al Bologna) e la comproprietà del centrocampista Rosario Rampanti. Poteva succedere molto prima, ma il calciatore che valeva anche di più, Gigi Riva, disse «No» alla Juventus. Savoldi, invece, accettò e il Nord processò il Sud.

Mentre si scriveva il contratto sulla carta intestata di un albergo, a riprova dell’irruenza ferlainesca, Napoli aveva i netturbini in sciopero da quattro giorni, gli alberghi chiusi per mancanza di turisti e un’epidemia di colera ancora nell’aria e nella memoria. E in molti confondevano i soldi di Ferlaino con le mancanze dello stato. Il regista Sandro Bolchi scrisse: «Due miliardi sono tanti per un condottiero di cartapesta, per l’imperatore del mercato-figurine: per chi ha il solo compito di allargare i confini del delirio festivo, di esaltare una tarantella già ebbra e sudata. Ma Napoli, con i suoi guai cadaverici, ha la fantasia di scambiare Ferlaino con Murat, Savoldi con Masaniello in una giostra del saracino di truffe, complicità, disperata voglia di vivere coperta da una coltre di sventure che non vuole (o non sa) dissolversi al sole di Mergellina». Ma Enzo Biagi restituì su carta la rapidità che Savoldi aveva in campo e chiuse la partita: «L’ingegnere Ferlaino non è né un dissipatore né un Pulcinella: è un freddo manager che si adegua alla realtà. Fa il suo mestiere molto bene. Non tocca a lui risolvere le secolari questioni sociali, realizzare le riforme e la giustizia: spaghetti, casa, un moderato lavoro, ma il suo compito è organizzare la migliore formazione degli azzurri. Non ha offeso la miseria, caso mai l’ha consolata. E poi, siamo onesti: Napoli non va male perché hanno comprato i Savoldi, ma perché non possono vendere i Gava».

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Beppegol era un grande attaccante arrivato in anticipo sul tempo dello scudetto napoletano. Savoldi fece i suoi gol, ma non bastarono. Sinistro, di testa – era bravissimo, complice una mamma pallavolista, Gloria Guerini, e l’altro sport praticato fino a 17 anni a Bergamo: il basket –, segnava anche di destro, ma la somma delle sue reti non diede come totale la vittoria del campionato. Entrò in sintonia con squadra e città, ma non divenne mai il prescelto per lo scudetto, rimase un profeta, come lo era stato Hasse Jeppson comprato da Achille Lauro per 105 milioni (e soprannominato ‘O banco ‘e Napoli), mentre Omar Sivori era stato ‘O mare ‘e Napoli gridato da Nino Manfredi in “Operazione San Gennaro” di Dino Risi, dove si sognava pure l’acquisto del grande attaccante portoghese Eusebio. Savoldi fu capocannoniere italiano nel 72-73 ex aequo con Paolo Pulici e Gianni Rivera e perse il titolo nel 1975 perché ad Ascoli, un raccattapalle, Domenico Citeroni (16 anni), non visto dall’arbitro Enzo Barbaresco, sulla linea di porta, respinse il pallone calciato da Savoldi che era entrato. Poi fecero pace alla “Domenica sportiva”. Savoldi oscillò sempre tra il burbero e il francescano, stando sul baratro, e nel 1979 da capitano a Bologna fu coinvolto nello scandalo del “Totonero” venendo squalificato per tre anni e mezzo, pena poi ridotta di due per la vittoria del Mondiale ’82, tornò all’Atalanta e chiuse in B la sua carriera.

Meritava di più e se ne lamentò molto, soprattutto in Nazionale, oggi che un attaccante così Gattuso se lo sogna pure ad occhi aperti. Il primo attaccante hegeliano del campionato italiano.

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