Bimba ferita a Sant'Anastasia da colpi di pistola: «Il 19enne agì con modalità camorristiche»
In Appello i giudici gli avevano ridotto la pena da 14 anni a 11 anni e otto mesi di reclusione escludendo la premeditazione. La Cassazione ha invece respinto il ricorso presentato dai legali di...
In Appello i giudici gli avevano ridotto la pena da 14 anni a 11 anni e otto mesi di reclusione escludendo la premeditazione. La Cassazione ha invece respinto il ricorso presentato dai legali di Emanuele Civita e gli hanno confermato l’aggravante del metodo mafioso. Si apre, dunque, per la famiglia della bimba che nel maggio del 2023, a Sant'Anastasia, fu colpita alla testa dai colpi (sparati all’impazzata da Civita in compagnia di un minorenne, all’epoca diciassettenne), uno scenario ben diverso e, soprattutto, per lei e la mamma (che fu invece colpita all’addome e rimase per diverso tempo in gravi condizioni), si può ora prospettare il riconoscimento di vittime di camorra.
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La bimba, che all’epoca aveva solo dieci anni, era andata con i genitori e il fratellino di sei a prendere un gelato in piazza Cattaneo. Il bambino fu salvato dal padre, colpito di ad un polso nel tentativo di fare scudo al figlioletto; la peggio la ebbero la mamma e la figlia che furono entrambe sottoposte a delicati interventi chirurgici salvavita. Nel collegio difensivo della famiglia della piccola Assunta, gli avvocati Paolo Cerruti, Russo e Carbonelli.
Il ricorso
Il ricorso di Civita si basava due prospettazioni. La prima è che l’indagato non avrebbe sparato ad altezza uomo, ipotesi respinta dalla Cassazione anche perché i colpi si incastrarono nelle portiere delle automobili e negli interstizi del bar. Quindi ad altezza uomo. La seconda, invece, sul riconoscimento del metodo mafioso. Su questo punto il pool diretto dall’avvocato Cerruti è stato sempre deciso: i due ragazzi benché giovanissimi, non hanno mai fatto ritrovare la mitraglietta con la quale avevano sparato. Arma capace di esplodere dieci colpi al secondo. Una metodologia tipica degli ambienti camorristici. Tra l’altro la sparatoria è avvenuta per futili motivi.
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La ricostruzione
Tutto sarebbe nato per un equivoco. I due ragazzi erano arrivati al bar su due scooter. Ad un certo punto Civita si avvicina ad un tavolino dove vi era un gruppo di amici e chiede ad uno di loro: «Perché mi stai guardando?». Il ragazzo, forse anche un po’ distrattamente, gli risponde che non lo stava guardando. Civita, allora, estrae una pistola e gliela punta contro. Il giovane la scosta con la mano e gli ribadisce: «Non ti sto guardando».
Civita e il 17enne vanno via per poi tornare a bordo di un solo scooter. I due si fermano e il 19enne inizia a sparare a raffica ferendo la piccola e la mamma e causando danni. I due poi fuggono via. Ad incastrarli le immagini delle videocamere. Un raid, in pratica, scattato solo per affermare la propria supremazia su un gruppetto di ragazzi che non si era intimorito alla vista di una pistola. Un affronto che i due, figli di due pregiudicati che facevano affari insieme, non sono riusciti a tollerare. Di qui la vendetta. Pubblica, come l’affronto.
Lo stato di salute
Mamma e figlia stanno ora meglio anche se la piccola deve essere continuamente monitorata. Il problema è che la famiglia intera ha subito gravi danni psicologici: sono rimasti tutti sotto choc per quanto vissuto. Anche il bimbo che è rimasto illeso ma ha visto la mamma e la sorellina restare ferita. «Ora che è stato riconosciuto il metodo mafioso - spiega l’avvocato Cerruti - ci potrà essere una ristoro per le vittime che potranno affrontare anche le spese sanitarie che sono legate alla loro disavventura». Il padre è l’unico a lavorare, come guardia giurata. «Resta da riflettere su un particolare - aggiunge il penalista - che la storia della bambina ha diversi tratti in comune con quella di Giogiò e di Francesco Pio Maimone: violenze alla cui base ci sono futili motivi».