Gilda Cobellis: «Ovaie, guerra al cancro spia rossa sul cortisone»
Il Mattino

Gilda Cobellis: «Ovaie, guerra al cancro spia rossa sul cortisone»

Domenica 29 marzo 2026
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Tumore ovarico: una brutta gatta da pelare per clinici e ricercatori. Killer silenzioso che quasi sempre dà segni di sé solo quando la malattia è in fase avanzata e che non...

Tumore ovarico: una brutta gatta da pelare per clinici e ricercatori. Killer silenzioso che quasi sempre dà segni di sé solo quando la malattia è in fase avanzata e che non risponde pienamente alle terapie sviluppando nel 75% per cento dei casi una resistenza alle cure. Ma da una recente ricerca sviluppata da Gilda Cobellis, docente associato di patologia generale della Vanvitelli e da Gabriella Minchiotti dirigente di ricerca del Cnr Igb di Napoli emerge un ruolo, nella resistenza di questo tumore, svolto dal recettore dei glucocorticoidi, attivato dai farmaci come il cortisone spesso utilizzato in clinica per minimizzare gli effetti collaterali della chemioterapia. «Ci sono i presupposti per avviare uno studio preclinico - avverte la professoressa Cobellis in questa intervista a Il Mattino - in cui indagare a fondo sul ruolo di questo recettore che potrebbe preludere ad un utilizzo molto attento dei cortisonici in queste pazienti oncologiche».

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Professoressa Cobellis qual è la caratteristica del tumore ovarico?

«In generale sconta una diagnosi tardiva in quando da pochi segni clinici precoci, ci sono poche cure efficaci e spesso dopo la fase iniziale sviluppa resistenza alle chemioterapia. Abbiamo scoperto che nel recettore dei glucocorticoidi, espresso dalla cellule del tumore ovarico, c’è una chiave per la progressione della malattia. I risultati li abbiamo pubblicati sulla rivista Molecular Cancer e suggeriscono una possibile strada per migliorare l’efficacia delle terapie».

Come lo avete dimostrato?

«Dopo aver formulato questa ipotesi da alcune osservazioni cliniche e molecolari abbiamo ingegnerizzato le cellule del tumore ovarico privandole del recettore indiziato».

E cosa è accaduto?

«Le cellule diventano più sensibili ai chemioterapici e non danno luogo alla transizione epitelio mesenchimale che è una chiave della progressione della malattia».

Questo meccanismo mediato da questo recettore è presente anche in altri tumori?

«No, il cortisone è un pilastro nelle cure delle leucemie in cui induce la morte dei blasti leucemici. Anche nel tumore della mammella il cortisone silenzia il recettore degli estrogeni e ostacola la tendenza a metastatizzare. Parliamo però di un recettore che è presente in tutte le cellule e risponde al cortisolo endogeno, l’ormone dello stress in cui regola il metabolismo basale, la pressione arteriosa. Il carcinoma ovarico di alto grado (High-Grade Ovarian Carcinoma, HGOC) è una neoplasia ginecologica ancora difficile da curare. Nonostante i progressi nelle terapie, la maggior parte delle pazienti va incontro nel tempo a recidive, spesso a causa di resistenza ai trattamenti chemioterapici».

E le cure?

«Solitamente alla chirurgia si associa l’uso il carbonplatino ma anche il cortisone o farmaci simili, comunemente somministrati durante la chemio per prevenire reazioni di ipersensibilità e ridurre la tossicità dei farmaci antitumorali. Tuttavia in questo caso sembra avere impatto sulla progressione tumorale e nel favorire la comparsa di gruppi di cellule “dormienti” che resistono alla chemioterapia».

Cosa accade esattamente a queste cellule?

«Questo tumore è caratterizzato da un’alta eterogeneità cellulare con la capacità delle cellule di acquisire capacità invasiva attraverso il fenomeno della “transizione epitelio-mesenchimale (EMT)”. E in questa capacità un ruolo sembrano averlo i recettori dei glucocorticoidi».

Sono studi in vitro?

«Sono condotti in colture cellulari in tre dimensioni con cui si è cercato di riprodurre più fedelmente l’ambiente tumorale rispetto alle colture in singolo strato. I risultati ottenuti mostrano che l’attivazione del recettore dei glucocorticoidi può indurre nelle cellule tumorali uno stato di proliferazione lenta ma reversibile, anche detto stato dormiente. Potremmo definirla una particolare forma di resistenza alle avversità, caratterizzato da una ridotta sintesi proteica, una riprogrammazione metabolica e l’attivazione di vie di risposta adattativa allo stress cellulare. I dati andranno ora validati in ulteriori studi preclinici e clinici».

Lo studio è stato finanziato con fondi della ricerca universitaria?

«I risultati sono stati ottenuti grazie a fondi premiali dell’Università della Campania Vanvitelli, della Regione Campania e con il sostegno della Fondazione Airc per la ricerca sul cancro. Una grande soddisfazione aver raggiunto questi risultati con un lavoro di squadra che ha coinvolto più enti di ricerca pubblici».

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