Governo, vertice a tre Meloni-Tajani-Salvini. «Ora ingraniamo le marce alte»
Una cena tra leader, dopo un Consiglio dei ministri in cui non si è proferito parola sulla sonora sconfitta incassata alle urne e sulla dolorosissima uscita di scena di Daniela...
Una cena tra leader, dopo un Consiglio dei ministri in cui non si è proferito parola sulla sonora sconfitta incassata alle urne e sulla dolorosissima uscita di scena di Daniela Santanché, ieri riapparsa sui social e restia ad abbandonare la chat dei ministri nonostante sia stata messa alla porta. Venerdì sera Giorgia Meloni ha riunito a casa sua, nella villa al Torrino, i due vice Antonio Tajani e Matteo Salvini. Alle spalle giornate di telefonate febbrili, ma è la prima volta che i tre si vedono di persona dopo la debacle sulla riforma della giustizia che ha innescato un terremoto che a terra ha lasciato macerie che si fa fatica a smaltire.
APPROFONDIMENTI
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Qualche ora prima della cena, il Consiglio dei ministri ha dato disco verde al decreto fiscale “reo” di aver fatto infuriare Confindustria, Tajani rientra di gran fretta dal G7 esteri di Parigi convinto di dover presiedere la riunione. Meloni invece sorprende tutti e arriva puntuale per far rintoccare la campanella che dà via al Cdm (assente Salvini, ndr), i lavori circoscritti ai provvedimenti sul tavolo. Ma non è certo un “avanti come nulla fosse”, anzi. La premier invita i ministri presenti a «ingranare le marce alte e portare risultati». Non è un mistero che sia scontenta dei più, stanca di dover «tirare la carretta per tutti», il suo sfogo raccolto a caldo dalla delusione referendaria.
Gli elettori hanno mandato un messaggio forte e chiaro, la presidente del Consiglio lo ha recepito alla perfezione e lo tsunami innescato in Fdi il giorno dopo la sconfitta lo dimostra in maniera granitica. Per questo a sera Meloni riunisce i due vice, perché i panni sporchi si lavano in casa a famiglia ristretta, anche se da Palazzo Chigi cercano di mettere a tacere le voci che si rincorrono: «consueta riunione di routine, la fanno spessissimo. Semplicemente... stavolta li avete beccati». Un tentativo maldestro di gettare acqua sul fuoco in ore drammatiche, con il governo in un tunnel di cui si fa fatica a vedere l’uscita. Con Fdi attraversata da frizioni e dissidi interni, amplificati dalla reazione a caldo della premier che ha sorpreso tutti, l’incertezza di non comprendere dov’è che intenda andare a parare. E Fi che rischia la slavina, con Marina Berlusconi che chiede un’operazione di maquillage che certo non può accontentarsi di un cambio di guardia al gruppo del Senato. Va da sé, che anche nella Lega non manchino i guai, con i fischi a Pontida che ancora risuonano nelle orecchie di Salvini, che tuttavia al tavolo può rivendicare la tenuta del “suo” Nord alla prova delle urne, con le regioni a trazione leghista - Lombardia, Veneto e Friuli - dove si è affermato il fronte del sì in controtendenza con il resto del Paese. Resta il fatto che il voto anticipato non è più un tabù - le voci si rincorrono e la stessa premier lascia il suo partito senza certezze - ma è un tema da maneggiare con attenzione chirurgica. Si rischia infatti l’effetto “Papeete” e un danno di immagine enorme per chi ha fatto dell’importanza della stabilità uno dei suoi cavalli di battaglia. Tanto più in un contesto internazionale che mette i brividi, con una guerra mondiale combattuta a pezzi. E che «richiama severamente alle proprie responsabilità l'intera comunità nazionale e quella internazionale», ha affermato forse non a caso ieri il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in un messaggio indirizzato all'Aeronautica.
Le variabili
Sono tante le variabili sul tavolo dei tre leader e spingono in direzione opposta e contraria. A voler far prevalere il tatticismo, c’è chi ai piani alti di Fdi e del governo punta al voto anticipato. Fosse altro che non si darebbe al fronte progressista il tempo necessario per organizzarsi. E a far propendere per le urne subito, anche l’incognita del rientro dell’Italia dalla procedura di infrazione: se l’obiettivo dovesse fallire, la prossima manovra sarebbe ridotta all’osso e verrebbero a mancare i soldi per aumentare la spesa miliare e ottemperare agli impegni Nato. Ma al tavolo dei tre leader sull’incertezza sembra prevalere la responsabilità. E non solo quella. C’è del tatticismo anche nella scelta di restare, perché con l’attuale legge elettorale si farebbe fatica a spuntarla sull’altra metà di campo. Va aggiunto che, con i tempi che corrono, gli italiani non perdonerebbero facilmente la decisione di Meloni di mollare e tutte le conseguenze del caso, si pensi solo alla corsa dello spread. Per questo ora la priorità è uscire dalle secche e ripartire. Puntando sull’economia, con le tasche degli italiani e delle imprese morse dai rincari legati alla guerra. E sulla ripartenza del Sud, che alle urne ha punito il governo lanciando un segnale forte e chiaro. Per uscirne ci vorrà del tempo, per questo tra i leader si ragiona persino della possibilità di arrivare alla fine naturale della legislatura: anziché anticipare il voto in primavera, attendere l’autunno 2027. Dandosi più tempo «per recuperare».