Arresti nel clan Zagaria, l'intervista al comandante Manuel Scarso: «Lo Stato vince ma i clan cambiano pelle»
Un'indagine durata anni e strutturata su più livelli. Comandante cosa rappresenta questa operazione? «È un'operazione complessa e completa che ci ha dato la...
Un'indagine durata anni e strutturata su più livelli. Comandante cosa rappresenta questa operazione?
«È un'operazione complessa e completa che ci ha dato la possibilità di smantellare un'organizzazione, quella facente capo alla famiglia Zagaria, che agiva sul territorio e investiva anche all'estero. Abbiamo fatto luce sui reati, sulla rete di connivenze, sulle responsabilità dei vari personaggi, sull'esistenza di una cassa comune della criminalità e sui flussi economici con i relativi investimenti, sul riciclaggio e sulla struttura familiare e verticistica del sodalizio. Ruoli, tempi e modi operativi sono stati individuati e destrutturalizzati evitando così che il sodalizio continuasse a crescere e a operare con ancora più capillarità».
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Un'azione di contrasto forte e continua a dimostrazione che lo Stato c'è, ma che la camorra non è ancora sconfitta.
«Sì, lo Stato c'è e alla fine vince sempre. Questa ne è la dimostrazione. Ma è anche vero che la camorra continua a operare, cambia pelle e resiste ai cambiamenti, cavalcandoli in qualche modo. Noi però non molliamo la presa e continuiamo a intervenire per bloccare l'ascesa della criminalità arrestando il flusso organizzativo prima che riesca a mettere radici solide. È accaduto nel 2023 quando la frangia dei Bidognetti stava risorgendo, con l'ala degli Schiavone che stava tentando di riorganizzarsi dopo la liberazione di Emanuele Libero nel 2024 e oggi con la famiglia Zagaria».
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Alla luce di queste indagini qual è il tassello che manca per evitare il continuo risorgere di queste "famiglie" malavitose?
«Il fattore sociale è determinante. Per sconfiggere definitivamente la camorra è necessario un cambio culturale. Noi arriviamo sempre allo scopo ma quando già sono stati compiuti reati e ci sono vittime. È necessario invece operare compatti. Deve venir meno la rete di complicità fatta di omertà e connivenze. Il sostegno del territorio per queste famiglie è proprio il silenzio, quello stesso che ha garantito nel tempo la latitanza di molti criminali proprio nella loro terra. E anche in questo caso non ci sono state denunce, solo attraverso le indagini siamo riusciti a risalire ai tanti episodi estorsivi».
A proposito di estorsioni, gli ultimi raid avvenuti tra Casapesenna e San Cipriano potrebbero essere inseriti in questo contesto?
«Le indagini sono in corso e i fatti vanno accertati. Ma in generale atti intimidatori restano necessari alla criminalità organizzata per rimarcare il proprio territorio».
Lei parla di un cambio di pelle della camorra. Cosa intende?
«L'aspetto militare e violento ha ceduto il posto a quello imprenditoriale. La metamorfosi ha portato la criminalità organizzata a entrare direttamente nell'economia legale, in aziende che operano con le amministrazioni pubbliche, nei settori dei rifiuti e della grande distribuzione, per poter avere un potere economico diretto e riciclare il denaro illecito».
In questo contesto qual è il ruolo dell'usura?
«L'usura è la porta attraverso la quale c'è la svolta dalla strategia violenta a quella imprenditoriale. Ovvio che un imprenditore che si trova in una situazione difficile e si rivolge al mercato illegale, inevitabilmente, fallisce e facilita l'accesso alla camorra, che entrata nella disponibilità delle aziende incassa e ricicla il denaro, anche all'estero, come nel caso specifico avvenuto in Spagna».
Tra i vari settori di interesse della camorra anche i terreni. Un ritorno alle origini?
«In un certo qual modo sì se pensiamo che i primi affari sono stati proprio terra e mattone. L'agricoltura in quest'area ha una grande valenza economica e la camorra vuole gestire tutti i settori maggiormente trainanti e riesce a farlo grazie a omertà e intimidazioni».
Inedita invece l'attenzione della famiglia Zagaria all'universo droga.
«Anche qui tutto parte dalla necessità di garantire un flusso di denaro costante nelle casse del clan. Due congiunture sono state determinanti: da una parte i riflettori puntati su rifiuti ed estorsioni hanno rallentato gli affari in quei campi e dall'altra le difficoltà di manovra nel traffico di droga registrate nel Napoletano hanno fatto drizzare le antenne. Si è riusciti ad allacciare un accordo con la ndrangheta per il rifornimento di droghe pesanti, in particolare cocaina, diventando competitivi nel settore, riuscendo a recuperare grandi quantitativi di stupefacente da rivendere su tutto il territorio».
A discapito dei napoletani?
«Sì. Bloccarli ha scongiurato una possibile guerra tra clan».