Gratteri, dopo le minacce la solidarietà è bipartisan: altri boss al carcere duro
Un abbraccio collettivo e trasversale. Politica e magistratura si stringono senza indugi intorno al procuratore di Napoli, Nicola Gratteri. «Gli sparerei in faccia», urlava a maggio...
Un abbraccio collettivo e trasversale. Politica e magistratura si stringono senza indugi intorno al procuratore di Napoli, Nicola Gratteri. «Gli sparerei in faccia», urlava a maggio scorso, schiumando rabbia, il ras di Fuorigrotta, Vitale Troncone, all’oscuro del fatto che la cella del carcere calabrese in cui era detenuto fosse stata tappezzata di microspie. Ne è scaturita un’onda di solidarietà bipartisan, tant’è che il primo messaggio è arrivato dal vicepremier e segretario di Forza Italia, Antonio Tajani: «Subire minacce di morte da un boss della camorra significa aver inflitto un duro colpo alla sua organizzazione e per questo ringrazio Gratteri».
Intanto la Dda di Napoli non perde tempo e, dopo il 41 bis disposto per il boss flegreo, altre due figure di primo piano della camorra, sponda Alleanza di Secondigliano, finiscono al carcere duro. Comunicati stampa, post e tweet, ma anche decine di telefonate e messaggi whatsapp.
Il governatore Roberto Fico ha espresso solidarietà: «A nome mio e della Giunta Regionale della Campania esprimo massima vicinanza al procuratore Gratteri per le minacce ricevute. È un episodio che desta preoccupazione e va condannato con fermezza». Ed aggiunge: «Siamo al fianco del Procuratore di Napoli e di tutti i magistrati che ogni giorno contrastano la criminalità organizzata. A loro va il nostro sostegno e il nostro ringraziamento».
I commenti
Sul punto, ha battuto con forza la Giunta esecutiva centrale dell’Associazione nazionale magistrati: «Quanto emerge è profondamente inquietante. Siamo vicini al procuratore Gratteri e il suo impegno quotidiano a salvaguardia della legalità è un riferimento assoluto». Sulla stessa linea il vice ministro della Giustizia, Francesco Paolo Sisto, per il quale «minacciare un magistrato significa tentare di intimidire l’intero sistema democratico del Paese». Un concetto condiviso da Edmondo Cirielli, vice ministro degli Affari esteri: «Queste intimidazioni non devono scalfire l’azione dello Stato. Anzi, dimostrano quanto sia incisivo il lavoro di chi, come il procuratore Gratteri, porta avanti ogni giorno una battaglia concreta contro la criminalità». Non si è fatta attendere la vicinanza del sindaco, Gaetano Manfredi, secondo il quale «queste intimidazioni confermano quanto sia incisiva e determinata l’azione della magistratura e delle forze dell’ordine». Il deputato di Avs, Francesco Emilio Borrelli, non ha dubbi: «Gratteri è ormai un punto di riferimento per ogni sincero democratico».
I provvedimenti
Fine dei contatti, fine dei comandi. A finire sotto la lente dei pm non è stato solo Vitale Troncone. Quasi in simultanea il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha firmato altri due decreti con cui è stato disposto l’immediato isolamento per altrettanti esponenti di spicco della malavita napoletana. Il fronte dell’attività investigativa si è spostato da Fuorigrotta a Bagnoli e, dall’altro lato della città, a Secondigliano. Nel mirino i boss Massimiliano Esposito e Paolo Abbatiello, alter ego della capoclan Maria Licciardi. Netta la traiettoria intrapresa dalla Procura: troncare senza indugi ogni possibilità di contatti illeciti con il mondo esterno e, soprattutto, con gli affiliati a piede libero.
Minacce a Gratteri: «Ti sparo in faccia». Boss al carcere duro
Tra le pieghe dei decreti spicca la pericolosità sociale del ras di Bagnoli. Capozona che in passato, grazie a un manipolo di fedelissimi pronti a tutto, era riuscito a mettere sotto scacco il business della movida di Coroglio. A prova di equivoco i pestaggi subiti da alcuni parcheggiatori abusivi, costretti a versare nelle casse del clan fino a 5mila euro a serata. Non è un caso che Esposito, nonostante la detenzione al regime di alta sicurezza nel carcere di Secondigliano, il 13 novembre scorso sia stato denunciato per possesso di dispositivi clandestini. Il successivo 12 dicembre la Dda riceve poi un’informativa scottante. A redarre il documento sono gli investigatori del commissariato Vicaria-Mercato, che «rilevano una serie di gravi violazioni da parte di soggetti detenuti». Nei radar finiscono la moglie di Esposito, Maria Matilde Nappi, molto vicina ai vertici del clan Licciardi, il figlio Massimiliano Giuseppe Junior e il genero. Il trio si sarebbe dato appuntamento su TikTok, dove avrebbe commentato foto e «intrattenuto vere e proprie conversazioni a distanza».