Bombe carta per il racket tra Quarto e Pozzuoli: condannati gli estorsori
Il Mattino

Bombe carta per il racket tra Quarto e Pozzuoli: condannati gli estorsori

Mercoledì 1 aprile 2026
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«Mettiti apposto con gli amici di Pozzuoli, sai già a chi... se no boom». Era questo l?imperativo dei signori del pizzo che con minacce, pestaggi, raid incendiari e...

«Mettiti apposto con gli amici di Pozzuoli, sai già a chi... se no boom». Era questo l’imperativo dei signori del pizzo che con minacce, pestaggi, raid incendiari e sparatorie avevano stretto il cappio intorno al collo dei commercianti dell’area flegrea. Sotto il cartello dei Longobardi-Cerrone la banda de “Gli amici del Bivio” si muoveva tra Quarto e Pozzuoli, mettendo in atto una lunga serie di estorsioni fino al maggio scorso quando, a seguito delle indagini condotte dai carabinieri del nucleo operativo della Compagnia di Pozzuoli - coordinati dalla Dda di Napoli (sostituto procuratore Ida Frongillo) - sono finiti in manette capi e gregari dell’organizzazione criminale. Tutti condannati ieri al termine del processo di primo grado celebrato con rito abbreviato.

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Le condanne

In totale sono 78 gli anni di carcere per “Gli Amici del Bivio” inflitti dal gup di Napoli Raffaele Coppola. Tra questi spiccano i 16 anni e 10 mesi per il ras Alessandro Iannone, detto “nas ‘e cane”, ritenuto il capo dell'organizzazione. Insieme a lui sono stati condannati Marco Vaccaro, che dovrà scontare 14 anni 9 mesi e 20 giorni di reclusione; Enrico Cavallo, 11 anni 2 mesi 20 giorni; Francesco Di Gennaro, 10 anni e 4 mesi; Caianiello Giosuè, 8 anni 4 mesi 10 giorni; Rosario Ferro, 8 anni 5 mesi 10 giorni; Antonio Brescia, 3 anni 5 mesi 10 giorni; Anna De Vivo e Aristide Verdolino, entrambi condannati a 2 anni 6 mesi di carcere. Confiscate anche armi e somme di denaro per circa 25mila euro, soldi intestati attraverso libretti postali e buoni fruttiferi ai componenti del clan. Ferro e Vaccaro (difesi dall’avvocato Luca Gili) sono stati assolti per la metà dei capi d’imputazione (rispettivamente tre e cinque).

 La banda, costola dei clan capeggiati dai boss Gennaro Longobardi e Salvatore Cerrone detto “‘o biondo”, aveva messo in atto un’asfissiante attività estorsiva che non lasciava scampo a nessuno: piccoli commercianti, imprenditori e i titolari delle ditte affidatarie di appalti pubblici e privati nei comuni di Quarto e Pozzuoli. Le richieste di pizzo erano precedute spesso da messaggi intimidatori, come nel caso del titolare di una ditta che vende mattonelle a cui fu fatta recapitare una tanica piena di benzina con un cartello su cui c'era scritto «Imparati educazione mettiti apposto con gli amici se no bubu».

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Testi sgrammaticati che non lasciavano spazio a interpretazioni: «Se non paghi ti spariamo o salti in aria». Minacce che non risparmiavano nemmeno i dipendenti, come nel caso dell’autista del camion di una ditta di trasporti che fu affiancato in strada da uno dei componenti della banda che dalla moto gli urlò: «Dì al tuo capo di mettersi a posto con le persone di Pozzuoli». Ancora, in un’altra occasione, fu data alle fiamme l’auto di un imprenditore che non aveva ancora “saldato” la rata del pizzo. Il clan controllava anche il traffico di sostanze stupefacenti e le piazze di spaccio di cocaina, crack, hashish, marijuana e i soldi guadagnati venivano poi reinvestiti in attività imprenditoriali, immobiliari, finanziarie, commerciali e utilizzati per sostenere i detenuti e le loro famiglie.

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