Ciao ?zio? Pietro Gargano, tra giornalismo e passione civile
Il Mattino

Ciao ?zio? Pietro Gargano, tra giornalismo e passione civile

Giovedì 9 aprile 2026
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Con Pietro Gargano, decano dei giornalisti de Il Mattino, punto di riferimento per generazioni di cronisti ed egli stesso cronista ?a oltranza?, fino alla fine - a 83 anni era ancora...

Con Pietro Gargano, decano dei giornalisti de Il Mattino, punto di riferimento per generazioni di cronisti ed egli stesso cronista “a oltranza”, fino alla fine - a 83 anni era ancora una delle firme più prestigiose del nostro giornale - non se ne va solo un fuoriclasse del giornalismo napoletano e nazionale, ma un pezzo di quella Napoli che sta perdendo, a uno a uno, tutti i suoi fari, tutti i suoi giganti, tutti i suoi maestri. 

E maestro, Pietro Gargano, «zio» Pietro, orgogliosamente porticese da generazioni, lo è stato davvero. Nel Mattino ha ricoperto ogni incarico: inviato, capocronista, caporedattore, articolista. Ma soprattutto ne è stato l’anima. E fino alla fine custode della memoria, nonché il volto della rubrica dedicata all’appuntamento settimanale con i lettori.
Era nato nel 1943, «sotto le bombe», a Montechiaro di Vico Equense, ma pochi mesi dopo era già a Portici, dove sarebbe rimasto «per la vita», come amava ricordare. La sua casa è sempre stata il giornale. Vi era entrato nel 1963, era uno dei «ragazzi di via Chiatamone», dal nome della strada, tra il Monte Echia e il mare, dove la più autorevole voce del Sud ha messo radici dal 1962 al 2018. Luogo del cuore, oggi della memoria: per molti di noi il vero simbolo di una stagione irripetibile.

APPROFONDIMENTI

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E Napoli, con le sue ferite e i suoi incanti - «vivere ccà è ’nu regalo ’e Dio», mi ripeteva spesso, seduto nella sua amata poltrona di via Francesco Saverio Correra, al Cavone - con le sue eccellenze e i suoi sfinimenti, è stata da sempre al centro della sua attività professionale e letteraria (oltre 50 libri al suo attivo). Di Napoli, Gargano ha esplorato tutto: la storia, la musica, il costume, i personaggi, le leggende, i miti, le storie di cronaca. Da osservatore attento è diventato memoria storica: del giornalismo napoletano e della città. Oltre sessant’anni di giornalismo e un affetto particolare, specialissimo, che ci univa a lui per la sua capacità di ascoltare, per i consigli e per il tempo che amava riservare ai più giovani.

La lunga stagione di via Chiatamone Pietro l’ha vissuta da protagonista. Quanta storia, e quanta vita in quelle stanze dove l’intera città si è identificata, riconosciuta, specchiata. Se la città voleva far festa, faceva festa davanti a «Il Mattino». Se c’era da celebrare un dolore, il luogo di quel dolore era via Chiatamone. Successe con il colera del 1973, successe con il terremoto del novembre 1980. Sangue del nostro sangue, nervi dei nostri nervi, 53 inviati nei luoghi devastati dal sisma.
Era il 25 novembre 1980, due giorni dopo il sisma. Ore 17. Nella stanza del direttore Roberto Ciuni, al secondo piano di via Chiatamone, dodici persone riunite attorno ai due lunghi tavoli per impostare la prima pagina del giornale e, soprattutto, per decidere il titolo, a tutta pagina, sul terremoto che due giorni prima, domenica 23, aveva spazzato via in un solo minuto interi paesi, bloccando la vita in una morsa di terrore. Ecco il ricordo che ci consegnò Pietro, di quella riunione di cui fu protagonista: «Ciuni ascoltò i resoconti e chiese: “Avete suggerimenti per il titolo della prima?”. “Bisogna fare presto - dissi io - altrimenti là sotto non troveranno vivo nessuno e scoppieranno epidemie”. Il direttore sollevò il taccuino e lo mostrò, c’era scritto FATE PRESTO. Rimasi senza parole. Nessuno osò replicare, Ciuni aveva già deciso». Completarono assieme - con lui tanti altri protagonisti di una stagione gloriosa - il titolo, decidendo il catenaccio: «Per salvare chi è ancora vivo, per aiutare chi non ha più nulla». Se il giornalismo è passione civile, Pietro ha scritto tante, tantissime pagine di passione civile. Fu lui a guidare, con Pietro Perone, Giampaolo Longo e Maria Rosaria Carbone nella squadra, una formidabile inchiesta giornalistica sull’assassinio del nostro cronista Giancarlo Siani.

E tanti, tantissimi libri. Dalla ricostruzione delle vicende storiche più dolorose per la città - recentemente ha pubblicato Napule nun t’ ‘o scurda’!, dedicato alle donne combattenti, agli scugnizzi e agli eroi delle Quattro Giornate - all’enciclopedica Storia della canzone napoletana, a quattro mani con Gianni Cesarini. Inviato sul fronte della rivoluzione portoghese, della guerra in Medio Oriente, di quella in Irlanda; famose le sue interviste a Gheddafi. 
Ma era soprattutto Napoli il suo baricentro, la sua ossessione felice. Nel suo rapporto con la città - e con la sua, la nostra terra - c’è sempre stata quella che potremmo definire una specie di dolcezza critica. Era e resterà preziosa la sua capacità di frequentare, nella scrittura, la cultura alta senza perdere il gusto per la cultura popolare. Come, prima di lui e assieme a lui, avevano fatto personaggi del calibro di Aldo Masullo e Roberto De Simone. Grande amico dell’Uovo di Virgilio, la pagina domenicale de «Il Mattino» dedicata ai luoghi della memoria e alla memoria dei luoghi, Pietro è sempre stato, sin dal primo numero, prodigo di consigli, di suggerimenti, di spunti. 
Pietro era così: dispensava saggezza. In uno dei suoi libri più famosi, Emmanuel Carrère raccontò la storia di Vite che non sono la mia. Pietro, nella sua straordinaria carriera giornalistica, ha cercato in ogni vicolo le tracce di quelle esistenze per renderle universali. Il mondo è cambiato, i giornali sono cambiati, oggi molti dei «ragazzi di via Chiatamone» non ci sono più. I maestri ci sorridono dalle foto in bianche e nero. Ma hanno lasciato tracce ovunque, luminose scie. Le loro vite sono anche le nostre.
I funerali di Pietro Gargano si svolgeranno oggi, alle 17, nella chiesa di San Ciro in Portici.
 

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