Fabio Ascione morto a Ponticelli, 20enne ucciso per un ?errore dei killer?: «Fuggito il vero obiettivo»
Il vero obiettivo è scappato via. La vittima designata, nella notte di Ponticelli, non ha perso tempo. Neanche uno sguardo al ragazzo colpito per errore, ma fuga verso le...
Il vero obiettivo è scappato via. La vittima designata, nella notte di Ponticelli, non ha perso tempo. Neanche uno sguardo al ragazzo colpito per errore, ma fuga verso le «palazzine», come chiamano da queste parti le abitazioni del cosiddetto parco Topolino. A terra, ormai esanime, un ventenne «che aveva ancora gli abiti del lavoro», come insistono amici e parenti. Potrebbe essere questa la ricostruzione dell’omicidio di Fabio Ascione, il ragazzo colpito a morte martedì santo nei pressi di via Miranda a Ponticelli. Un giallo, per molti versi: non si conoscono il movente, né è chiara la dinamica dell’agguato. Nessuno sa quanti fossero i killer, né si sa se stessero in sella a due moto o all’interno di un’auto. C’è una certezza, però, un punto fermo: Fabio Ascione non è stato ucciso all’esterno del bar Lively Coffee, come si immaginava nelle primissime battute investigative, ma a distanza di circa quattrocento metri dal locale.
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Sliding doors
Non è un particolare secondario: i killer non hanno fatto fuoco contro il gruppetto di avventori del bar, ma sono entrati in azione nei pressi di \, nella zona dei cosiddetti campetti sportivi. E hanno sparato dei colpi contro un gruppetto di ragazzi, di coetanei, conoscenti da sempre, in un incrocio di destini che sa di sliding doors: da un lato Fabio Ascione, che ha da poco concluso il proprio turno di notte, come cassiere all’interno di una sala bingo di Cercola, dall’altro altri giovani del posto. Non sono lavoratori, questi ultimi. E non stanno tornando a casa dopo una notte trascorsa a occuparsi di contabilità e ricevute da emettere. Non sono stanchi per il lavoro, ma stanno lì a presidiare la zona, la stessa in cui abita Fabio Ascione. La scena finale è chiara. Non è spuntata ancora l’alba di martedì santo, quando il ventenne parla al telefono con la madre che, a sua volta, sta per andare a lavorare: «Mangio un cornetto e rientro a casa», le dice. Già, ma al bar, il ventenne non riuscirà ad arrivare. Per lui l’alba non spunterà mai più. Raid di pochi secondi: arriva l’auto, c’è chi usa un revolver e fa fuoco. Uno o più colpi, contro lo stesso gruppetto di ragazzi. Volevano sparare a qualcun altro? Volevano uccidere un altro ragazzo? È l’ipotesi più probabile. Non c’era tempo per prendere la mira, dal momento che la zona - siamo nel parco Topolino - è infestata dal clan dei De Micco (i cosiddetti Bodo, quelli marcati dallo stigma dello stesso tatuaggio giapponese). Il resto è panico. Muore un ragazzo indicato come estraneo ai clan, in una zona avvelenata dalla camorra. Scenario difficile che ha spinto le forze dell’ordine a negare il diritto a una fiaccolata nel pomeriggio di ieri, anche se è stato concesso un momento di raccoglimento e preghiera all’esterno della Chiesa San Pietro e Paolo. Non è tutto. È proprio la complessità di separare i buoni dai cattivi, le sentinelle del clan rispetto ai giovani lavoratori, che ha spinto la Questura a negare i funerali pubblici. Non è in discussione la condotta della vittima, dal momento che Fabio Ascione era formalmente incensurato, ma c’è cautela da parte di via Medina, di fronte all’obiettivo di salvaguardare l’ordine pubblico. Chiaro il ragionamento: se qualcuno ha sparato nel mucchio, uccidendo un innocente, si rischia un secondo raid anche durante un possibile corteo funebre nel quartiere.
Ma restiamo a Ponticelli. Tutti ripetono lo stesso refrain: Fabio era un bravo ragazzo, non c’entra niente con dinamiche ed equilibri criminali. Non era un camorrista. Lo hanno ripetuto a Il Mattino anche i due soci che gestiscono il bar Lively Coffee, Luca Borrelli e Francesco Irco, entrambi rappresentati dall’avvocato Francesco Manzo: «Fabio era un nostro cliente abituale. Quando finiva di lavorare, a notte fonda, veniva qui da noi per comprare una parigina, un cornetto, magari consumare un succo di frutta. Era un ragazzo per bene, impossibile che sia rimasto coinvolto in fatti di camorra». E sono sempre i due soci a ribadire un concetto: «Il tragico episodio non è accaduto all’esterno del nostro bar, ma a centinaia di metri di distanza. Un concetto che va ribadito, a tutela della onorabilità della nostra azienda, che dà da vivere e da lavorare a ben quattordici dipendenti».
Le verifiche
Inchiesta condotta dai pm anticamorra Alfredo Gagliardi e Sergio Raimondi, sotto il coordinamento del procuratore aggiunto Sergio Amato, capo della Dda partenopea. Verifiche sulle immagini raccolte fino a questo momento, anche se la zona non è coperta da un sistema di videocontrollo. Ieri le lunghe rampe stradali del quartiere sono state attraversate dai carabinieri, nel corso di una sorta di intensificazione dei controlli, come per altro annunciato dal prefetto Michele di Bari. Una indagine che fa comunque i conti con una sorta di cortina di silenzio. Silenzio omertoso, per essere chiari. Silenzio di camorra, come emerge dalle poche testimonianze utili raccolte fino a questo momento. Restiamo alla coda notturna dello scorso sette aprile. Un agguato consumato tra le palazzine basse di Ponticelli, edilizia popolare che qualcuno ha battezzato Parco Topolino. Tanti alloggi comunali occupati da abusivi, la casa popolare resta una delle forme principali del radicamento del clan De Micco. Uno scenario che spinge gli inquirenti a ragionare sulla matrice camorristica del raid di martedì scorso, un agguato nel mucchio secondo uno schema noto a Napoli, che in questo caso ha lasciato a terra anche chi tornava da una notte di lavoro.