Hormuz, cosa succede ora? Il ?pizzo? in mare chiesto dall?Iran, un affare da 100 miliardi all'anno (e un rischio per il commercio globale)
Il Mattino

Hormuz, cosa succede ora? Il ?pizzo? in mare chiesto dall?Iran, un affare da 100 miliardi all'anno (e un rischio per il commercio globale)

Venerdì 10 aprile 2026
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«A Beautiful thing». Non sorprende che Donald abbia definito «una cosa bella» l?idea di un pedaggio per le navi che passano da Hormuz, visto che poco prima aveva...

«A Beautiful thing». Non sorprende che Donald abbia definito «una cosa bella» l’idea di un pedaggio per le navi che passano da Hormuz, visto che poco prima aveva parlato di «una vittoria totale e completa su Teheran». Certo, l’idea di Trump, è quella di una joint-venture Usa-Iran, con tanto di divisione degli incassi, «per mettere in sicurezza lo Stretto anche da altre persone». Una magra consolazione, visto che a pagare saranno tutti gli altri. I fatti per ora dicono che se prima della guerra la navigazione nello Stretto, da cui passa un quinto del gas e del petrolio mondiale, era libera e gratuita, con la tregua il transito, controllato e a pagamento, è una pericolosa arma geopolitica. Una gabella da 2 milioni di euro a nave che può cambiare per sempre anche i costi delle catene di approvvigionamento mondiali. Un affare da 100 miliardi all’anno, dicono fonti Iraniane. Qualcosa che vale non meno di 70-90 miliardi per Jp Morgan. Un «pericoloso precedente» per Arsenio Dominguez, segretario generale dell’Organizzazione marittima internazionale (IMO). «Non possiamo permetterci», ha detto a BloombergTV, «un approccio diverso in cui un altro Paese introduce un meccanismo differente non in linea con la prassi internazionale». Lì dove a confermare l’«approccio diverso» imposto è proprio l’Iran, in attesa che il listino prezzi dei Guardiani della Rivoluzione diventi ufficiale.

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«Qualsiasi imbarcazione è libera di navigare», ha detto ieri il viceministro degli Esteri iraniano prima di confermare che serve il permesso dell’esercito e che lo Stretto è minato. Il controllo pieno è di Teheran. Anche ieri sono passate navi considerate “non ostili” dall’Iran. E solo una petroliera “straniera”, con bandiera gabonese, è riuscita a navigare oltre con il suo carico di olio combustibile.

Tutto questo è «privo di basi giuridiche» per Stefano Zunarelli, professore ordinario di diritto della navigazione all’Università di Bologna. A una nave mercantile può essere imposto il pagamento di un pedaggio, spiega, «soltanto a fronte di servizi che il governo dello stato costiero renda effettivamente alla nave, come la presenza a bordo di un pilota che supporti il comandante nelle manovre. Riconoscere il diritto di uno stato costiero a ottenere un pedaggio in assenza di servizi di questo genere creerebbe un precedente molto pericoloso. Altri stati potrebbero formulare richieste dello stesso genere con riferimento ad altri stretti».

Del resto la storia lo dimostra. «Il diritto di passaggio inoffensivo negli stretti internazionali è stato per secoli un pilastro dello sviluppo del commercio internazionale. Al di là dei maggiori costi che graverebbero sulle merci in transito, aprire le porte al regime richiesto dall’Iran riporterebbe il diritto internazionale del mare allo stato antecedente al riconoscimento del principio della libertà dei mari elaborato da Hugo Grozio all’inizio del diciassettesimo secolo». E i pedaggi che si pagano a Panama e Suez? «Non sono “stretti” naturali, come Hormuz, ma “canali”, realizzati con l’opera dell’uomo. Sul piano giuridico, poi, mentre gli stretti rientrano tra gli “spazi marini” (cui si applicano i principi della libertà di navigazione o del diritto di passaggio inoffensivo) i “canali” sono qualificati come acque interne, soggette alla sovranità dello stato nel cui territorio rientrano». La differenza è netta.

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