Zanardi con la handbike in mano vale quanto il pugno di Tommie Smith
Quel gesto andrebbe celebrato con una statua al Foro Italico: si ricollega agli ideali più potenti, eguaglianza e rispetto
La parola destino per Alex Zanardi aveva un altro significato. Non era sinonimo dell’ineluttabile e della sua immane forza talvolta devastatrice, ma soltanto un cambio di direzione, un colpo di volante o di manubrio, un nuovo percorso. Sempre in piena luce. Perfino la sua morte ha un valore profondo: porta con sé un senso unificante. Non esiste un solo italiano che oggi non si riconosca nel suo eroe, che non nutra un’ammirazione sconfinata per lui e che oggi, dovunque si trovi, non gli dedichi un pensiero di dolorosa gratitudine. Ed è un sentimento molto significativo, in un Paese diviso su tutto, a partire dalle sue memorie storiche. Quanti come lui nell’immaginario collettivo? Davvero pochi, pochissimi. La retorica non abita qui, ed è stata bloccata sul nascere, negli anni, dallo stesso Alex, con battute fulminanti, buonumore, e soprattutto totale mancanza dì autocommiserazione. Non ho più le gambe? Spingerò con le mani. "È disabile chi ha poca stima di sé", concludeva.